LEGENDA DE ORIGINE

IL PRIMATO DI DIO E IL SERVIZIO AL MONDO”
a cura di fr. Piergiorgio Di Domenico OSM

La riflessione sulla Legenda si sviluppa secondo questi otto punti:

1. Primato di Dio.
Parola per la lectio: «La nostra patria è nei cieli» (Fil 3, 20).
Legenda III, 20: contemplazione e profezia.

2. Obbedienza della fede.
Parola per la lectio: «Ti amo, Signore, mia forza» (Sal 18,2)
Legenda VIII, 39: la vera sapienza.

3. Nel mondo ma non del mondo
Parola per la lectio: «Va’ verso di te» (Gen 12, 1)
Legenda IX, 40; X, 42: l’ascesa interiore.

4. L’eco di Cristo
Parola per la lectio: «Siamo ovunque il buon odore di Cristo» (2 Cor 2, 14-15)
Legenda X, 43: la nostra vita parla di Lui.

5. La nuova città.
Parola per la lectio: «Il Regno dei cieli è come un mercante che va in cerca di perle preziose» (Mt 13,45)
Legenda
: III,17; VIII, 37: l’arte dei Padri.

6. Comunione e condivisione
Parola per la lectio: «Beati coloro che piangono»
Legenda 12, 47: la fatica dell’amore.

7. Povertà
Parola per la lectio: «Imparate da me che sono mite e umile di cuore» (Mt11,29)
Legenda IV, 23: la comunione dei poveri.

8. Amicizia
Parola per la lectio: «Li traevo con legami di bontà, con vincoli d’amore» (Os 11, 4)
Legenda VI, 29: sigillo di perfezione.

 

Alle radici del nostro carisma

Studio teologico sulla Legenda de origine
(fr. Piergiorgio Di Domenico OSM)

1. Il primato di Dio e il servizio al mondo.

Parola per la lectio: «La nostra patria è nei cieli» (Fil 3, 20).
Legenda III, 20: contemplazione e profezia.
Ai piedi di Gesù
La riflessione sulla Legenda de origine, prende l’avvio da una verità che viene sottolineata all’inizio stesso dell’opera: Dio è prima di tutte le cose (precedente Domino: cfr Sir 1,3, nella versione della Volgata), e a Lui gli «uomini gloriosi», che ci hanno generati come padri, hanno offerto con umile cuore ogni loro pensiero, parola e azione[1]. Questa offerta totale costituisce il loro culto divino: «Quando questi uomini religiosi […] vivevano nel mondo già uniti a Dio dall’amore della vita superiore, praticavano il primo e generale culto divino: al di sopra di tutto amavano Dio, a lui indirizzando tutto quanto facevano, lo onoravano con tutti i loro pensieri, parole ed opere» (n. 21)[2]. Sentiamo qui l’eco dell’esortazione di Paolo: «Vi esorto, fratelli, per la misericordia di Dio, a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale» (Rm 12, 1). La preghiera dello Shema’, cuore della rivelazione biblica, era perciò la preghiera dei padri: «Ascolta, Israele: … Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze» (Dt 6, 5)[3].
Prima di leggere il paragrafo 20, su cui si concentra la nostra lectio, può essere utile richiamare alla memoria alcune essenziali notizie sull’origine e la redazione della Legenda de origine.
Il “quaderno del principio dell’ordine”
Così viene chiamato il codice della Legenda de origine nei registri amministrativi del convento della Ss. Annunziata, che nell’anno 1375 ne segnano la spesa per la ricopiatura[4].
Il titolo – Storia da leggersi [Legenda] dell’origine dell’Ordine dei frati Servi della Vergine Maria – non è originale, ma aggiunto dal copista alla fine dello scritto.
L’opera, che deve essere stata redatta poco dopo il 1317 da un autore ignoto (il priore generale Pietro da Todi?), si divide facilmente in tre parti:
1. Un’introduzione, comprendente il proemio e i capitoli I-II (paragrafi 1-14), centrata sulla figura di san Filippo Benizi e i suoi rapporti con l’Ordine fondato direttamente dalla “Nostra Signora”.
2. Una parte centrale, comprendente i capitoli III-XII (paragrafi 15-49), in cui sono tracciati, senza alcun riferimento preciso a date e persone, il cammino spirituale e le prime emanazioni del gruppo iniziale dei Servi.
3. Una parte conclusiva (i capitoli XIII-XV, paragrafi 50-62), di carattere prevalentemente storico, che riprende il discorso interrotto al capitolo II, evidenziando il ruolo di san Pietro da Verona nell’evoluzione del primitivo gruppo dei Servi negli anni 1244-45 e seguendo le tappe del suo progressivo assestarsi in comunità giuridicamente riconosciuta fino al 1267, quando Filippo Benizi è eletto priore generale.
L’analisi approfondita del testo ha permesso di isolare uno scritto più arcaico, risalente alla metà del Duecento, quindi a un tempo di poco posteriore all’esperienza comunitaria dei Sette su Monte Senario. Questo nucleo antico corrisponde ad alcuni capitoli della parte mediana della Legenda (i capitoli III-XII) ed è la storia degli “uomini gloriosi nostri padri” che ha inizio dal tempo in cui ancora vivevano nel mondo. Questa storia narra la loro amicizia e il loro ritirarsi dal mondo, si sofferma sulla loro vita comunitaria fuori delle porte di Firenze e a Monte Senario, e si conclude con la decisione di accogliere altri fratelli e di aprire nuovi conventi.
Rispetto alla cornice trecentesca, in cui è stata incastonata, la sezione arcaica presenta non solo una differenza di linguaggio, ma anche una diversa impostazione teologica e spirituale. Dio è al centro come Colui che ispira l’itinerario penitenziale e contemplativo del gruppo primitivo, iniziato con un atto di affidamento alla «Regina del cielo, la gloriosissima Vergine Maria, […] perché lei, che è mediatrice e avvocata, li riconciliasse e li raccomandasse al Figlio suo» (n. 18). Su Monte Senario, il monte santo dove Abramo ha incontrato Dio, la prima comunità dei Servi trova il luogo adatto al proseguimento della sua vita. Da notare che di Monte Senario si parla soltanto in questa sezione antica. L’autore mostra di essere bene informato circa le diverse forme con cui il Senario era chiamato e di conoscere direttamente il luogo: «Da lontano [i nostri padri] scorsero il monte indicato loro da Dio: si innalzava al di sopra dei monti circostanti. Si avvicinarono per vedere com’era fatto. In cima trovarono una radura bellissima, anche se piccola: da una parte una fonte di ottima acqua, tutt’intorno un bosco ordinatissimo, come se fosse staro piantato da mano umana. Questo era davvero il monte preparato loro da Dio»(n. 41).
Una caratteristica della sezione arcaica è il riferimento costante alla Scrittura, con molte citazioni esplicite che, anche se comuni talora all’ambiente letterario e religioso del tempo, aprono uno spiraglio sul clima spirituale in cui era immerso Monte Senario.
La cornice trecentesca – cioè, il proemio, i capitoli I-II, parte del III, i capitoli finali XIII-XIV e quelli di raccordo, IV-V e VII – evidenzia l’azione della Vergine e gli eventi fondamentali della vita di san Filippo. Inglobando in questa cornice fonti appartenenti alla prima generazione dei Servi, l’autore trecentesco ha inteso creare una sintesi tra le ispirazioni primitive della contemplazione e della povertà e lo sviluppo dell’Ordine, che aveva ormai acquisito un carattere mariano sempre più spiccato.
La perla preziosa
Il capitolo III, che descrive gli stati di vita in cui si trovavano i Sette quando erano nel mondo, pur essendo di contenuto sostanzialmente arcaico, manifesta, per i paragrafi 15-19, interventi frequenti da parte del redattore finale, che ha cercato di ritoccare o completare la fonte primitiva[5].
Il linguaggio e la teologia dei paragrafi 20 e 21, riguardanti la contemplazione e il culto divino attuato dai padri, ci portano con sufficiente sicurezza alla sezione arcaica[6]. Nel paragrafo 19 la Legendarileva che «i venerabili nostri primi padri e iniziatori dell’Ordine erano perfetti già prima che si unissero insieme. Infatti per l’impegno di penitenza, volontariamente assunto, la vera fede cristiana era divenuta in essi come un abito […] un orientamento profondo». È interessante questo rilievo dato alla perfezione dei padri prima che si riunissero in comunità. Ci ricorda che la vita comune esige una fede matura, la ricerca di Dio solo, di fronte al quale tutto il resto diventa relativo. I padri, venuti a conoscenza della virtù della fede, «la scelsero nel desiderio di adornarsene abitualmente come di una perla preziosissima trovata e riconosciuta nel suo valore. Perciò misero in vendita se stessi e i propri beni pur di possederla». Senza questa spogliazione personale, condizione essenziale della fede, non si può intraprendere un cammino comunitario.
Contemplazione
La fede, come amore per Dio solo, trova la sua gioia nel «contemplare la vita celeste». Il paragrafo 20 ci presenta un’intensa descrizione della vita contemplativa dei padri. Il pensiero dominante, che assorbe ogni altro desiderio, è Dio. Per questo «potevano dire in tutta verità con l’Apostolo: “La nostra patria è nei cieli“». La citazione di Fil 3, 20 sembra volerci dire che, se la nostra patria è nei cieli, questa terra non è nostra stabile dimora e la nostra aspirazione dovrebbe essere quella di rompere quanto prima i legami con essa. E a questo significato orienta la Legenda stessa quando aggiunge subito dopo: «Così intenso era il legame d’amore con Dio che non solo temevano come massimo tormento l’essere separati da lui, ma anche il vivere in questo mondo sentivano come un peso e aspettavano con gioia la morte per poter essere con lui». Questa contrapposizione tra cielo e terra ha offuscato spesso la testimonianza evangelica dei credenti nel mondo.
“Patria” è, però, la traduzione italiana del termine latino della Volgata (quella appunto citata dalla Legenda) che è conversatio, cioè “comportamento”. [7]. Il sostantivo ricorre nella forma verbale in At 23, 1, dove Paolo, comparendo davanti al sinedrio, inizia la sua difesa così: «Fratelli, io ho agito fino ad oggi davanti a Dio in perfetta rettitudine di coscienza». Quindi “patria” in realtà vuol dire azione, comportamento. Il nostro comportamento come cittadini di questo mondo «è nei cieli», cioè celeste, contrapposto a mondano. Viviamo in questo mondo, ma con uno stile che non è di questo mondo, lo stile di chi non è schiavo di questo mondo, dei suoi idoli, delle sue ideologie, lo stile di chi ha fatto unità profonda in sé e con il mondo tramite l’unico amore di Dio. Perciò l’affermazione di Fil 3, 20,citata a sostegno della contemplazione dei padri, non giustifica alcuna fuga dal mondo, ma chiede un diverso e più profondo inserimento nel mondo. Il nostro modo di essere cittadini del mondo non può conformarsi alla mentalità corrente, ma deve far brillare la presenza di una realtà che sola può dare significato e pienezza alla nostra attività in questo mondo. Così la contemplazione non è un perdersi in Dio: è l’accoglienza di una parola che trasforma la nostra vita e la rende segno di una possibilità diversa di vita. La contemplazione è di per sé profezia. Il profeta è prima di tutto l’amico di Dio: ascolta con attenzione e amore la sua Parola, e poi l’annuncia con una forza che non è sua, perché sente ardere nel cuore un fuoco (cfr Ger 20, 9), Dio stesso, che tutto assorbe e brucia in sé.
Il paragrafo 20 si chiude con una seconda citazione della lettera ai Filippesi: «Abbiamo il desiderio di andarcene e stare con Cristo» (1,23). La Legendadà a questa frase un significato ascetico di liberazione da questo mondo sentito come un peso. In realtà Paolo non vuole esprimere alcun giudizio negativo su questo mondo (che per la Bibbia resta comunque buono, perché uscito dalla mani di Dio), bensì solo il suo desiderio di sciogliere le vele[8] (tale è il significato tecnico del verbo greco, tradotto dalla Volgata con dissolvi) verso il porto sospirato, che è Dio.
Questo è il desiderio che sostiene la nostra preghiera e la nostra azione: senza di esso la preghiera diventa sterile e l’azione perde la sua motivazione e cade nella sfiducia. Il desiderio di Dio ci sostiene, anche quando non si vede alcun risultato. Se questo desiderio viene meno, il nostro amore si raffredda e la fede va verso la deriva.
L’avventura evangelica dei padri inizia, quindi, con questa scelta contemplativa. La scena di Maria di Betania ai piedi di Gesù (Lc 10, 38-42) è davanti agli occhi di colui che ha scritto quello che è diventato il paragrafo 20 della Legenda: «L’essersi rivestiti della vera fede cristiana, portava [i padri] ormai perennemente alla contemplazione delle realtà celesti: era una propensione divenuta una inclinazione naturale. Scelta la parte migliore della contemplazione, non si curavano più delle cose terrene, ma volevano solo conoscere e possedere i beni celesti»[9]. Tale desiderio di comunione incessante con il Signore viene ripreso al paragrafo 30, che descrive il periodo di preparazione dei Sette alla vita comune. Qui ricorre un’espressione cara alla spiritualità medievale, ma carica anche oggi di significato: vacare contemplationi, vale a dire, rendersi liberi da tutto quello che può impedire la contemplazione del Signore[10].
Sete di Dio
In linea con questo messaggio del paragrafo 20 della Legenda, si può comprendere l’importanza della preghiera:
– la vita consacrata è una profonda e costante comunione con il Signore, è «vivere in continuo atteggiamento orante. La contemplazione, come ricerca instancabile del volto del Padre, è parte strutturale della vita consacrata nel mondo, è la radice che sostiene l’albero nelle sue varie ramificazioni, è l’anima di ogni attività nel mondo.
– Scegliere Dio come sommo bene non è dimenticare il mondo, ma amarlo come Cristo stesso lo ama. Amare il mondo, non adeguandosi alla mentalità “mondana”, ma inserendo nel mondo una nuova corrente di vita.
– La preghiera è un servizio d’amore, perché con essa consegniamo il mondo alle mani di Dio, nella speranza che sia sempre di più luogo dove si compie la volontà di Dio.
– La preghiera esige una disciplina per essere in grado di operare uno stacco dal lavoro abituale e riservare alcuni tempi da dedicare esclusivamente all’incontro con Dio. Questo è uno degli esercizi ascetici propri di chi si trova immerso nelle attività di questo mondo.
– La preghiera è un mezzo importante per regolare il proprio tempo. Il tempo non può essere il nostro padrone, ma è l’ambito in cui diventiamo persone complete, capaci di andare verso noi stessi e insieme verso gli altri, con amore e libertà. Un mezzo importante per appropriarsi del tempo è farsi un programma della giornata, fissando il momento della preghiera e restandovi fedeli.

2. Obbedienza della fede.

Parola per la lectio: «Ti amo, Signore, mia forza» (Sal 18,2)
Legenda VIII, 39: la via dell’amore.

 

La Legenda de origine, si apre con l’affermazione del primato di Dio: prima di ogni attività nel mondo, la nostra vita è sete di Dio, ricerca del suo volto, contemplazione e preghiera. Tutto questo, come s’è visto la volta scorsa, non è fuga dal mondo, ma costituisce il nostro modo di essere nel mondo, la nostra profezia.
Quest’amore esclusivo ispira la nostra obbedienza, vale a dire la disponibilità ad ascoltare le voci che ci vengono dal mondo o dagli eventi della nostra vita personale, per cogliervi la voce stessa di Dio e seguirla fedelmente. La fede, ci dice la Scrittura, è di per sé obbedienza, ascolto (cfr Rm 1,5 e i riferimenti indicati dalla Bibbia di Gerusalemme nella nota a questo versetto): un’obbedienza non facile, certo, ma che non ci rende tristi, anzi ci dà la gioia di sperimentare concretamente la comunione con Dio, amato sopra ogni cosa.

 

Il primo comandamento
Il paragrafo 39 della Legenda, su cui si concentra questa volta la nostra attenzione, conclude il capitolo ottavo, che appartiene alla sezione arcaica[11] e descrive la vita spirituale dei Sette nel provvisorio ritiro fiorentino, una sorta di tirocinio comunitario, prima della salita a Monte Senario[12]. Tutto il discorso è guidato dal concetto agostiniano di carità ordinata[13]. L’amore, per essere vero, deve rispettare una gerarchia: prima Dio, poi se stessi, e infine il prossimo. Non deve stupire se al secondo posto viene collocato l’amore di sé, perché non si può amare il prossimo se non si ha un rapporto armonioso con se stessi.
I Sette, «fin dal primo momento della loro esperienza comunitaria, orientarono decisamente il cuore all’adempimento del precetto di una ordinata carità» (LO, n. 35).
Prima di tutto Dio, amato con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutta la mente. La spiritualità dello Shema’ (Dt 6,5) è sempre al centro dell’esperienza dei padri[14]. L’amore di Dio è la fonte di ogni altro amore.
L’amore verso se stessi si esprime nel dominio dell’anima sui desideri, le emozioni e i sensi e nella cura equilibrata del corpo (LO, n. 36).
L’amore verso il prossimo si concretizza nella conoscenza delle sue necessità, nella partecipazione al dolore degli altri, nella misericordia, nel perdono, nell’esortazione (LO, n. 37).
Il paragrafo 38 sintetizza rapidamente uno stile di vita che ha come legge suprema l’amore: «Sapevano rispondere all’offesa, restando forti in una pazienza che tutto sopportava; alle comodità della vita opponevano la durezza della penitenza, con la quale respingevano le seduzioni della carne e del mondo; alla pigrizia reagivano con il fuoco ardente della sofferenza che non permetteva all’anima di diventare tiepida; contro l’ignoranza facevano risplendere la loro generosa benevolenza, che edificava gli altri elargendo beni materiali nel tempo della necessità; alle preoccupazioni mondane opponevano l’equilibrio di una sapienza che non ambisce onori e neanche si preoccupa di reclamare quanto gli appartiene; contro l’incostanza dell’animo resistevano fermi nella perseverante fedeltà a Cristo, da cui ritenevano massima pena l’essere separati».

 

I gradi dell’amore
La tristezza vera, quindi, è l’essere lontani da Cristo. Già al paragrafo 19 la Legendaha toccato il tema della tristezza e della gioia come segni dell’autentica fede diventata “abito” della persona, cioè orientamento vitale e costante[15]. La fede in Cristo diventa il mezzo di discernimento di tutto il nostro agire, perché ogni azione da noi compiuta suscita immediatamente o tristezza o gioia, offuscando o rafforzando il rapporto esclusivo con Cristo.
La gioia dell’obbedienza comporta un itinerario ascensionale descritto dal paragrafo 39: il punto di partenza è l’umiltà, quello più alto è una carità perfetta che non rifugge neanche la sofferenza. Ogni tappa, che segna progressivamente un grado sempre più alto di amore, è contrassegnata da una citazione biblica. Perciò anche la nostra lectio non si limita all’inizio del salmo 18, ma fa tesoro delle connessioni che la lectio dei padri sul Monte ha colto tra questo salmo e altri passi della Scrittura. È chiaro che ogni versetto non può essere letto isolatamente, ma inserito nel suo contesto più vasto. Qui si danno solo alcune indicazioni per l’approfondimento personale e comune.
La scelta di vita dei padri aveva un’unica motivazione: l’amore. Solo l’amore ci ha mossi a voler essere fermento nel mondo attraverso la dedizione totale a Dio, la comunione fraterna, il servizio. Non ci sono altre ragioni, o forse potrebbero anche esserci state, perché all’inizio le motivazioni non sono tutte così limpide e nelle nostre scelte giocano vari fattori. Però, andando avanti nel nostro cammino di purificazione, sempre più dobbiamo convincerci che siamo qui solo per amore e ripetere con i padri l’inizio del salmo 18: «Ti amo, Signore, mia forza».
Il salmo 18 è riprodotto in 2 Sam 22, 2-51 come canto di Davide, e ha ispirato il salmo 144, 1-11 (utile un lavoro di confronto tra i testi), ma in ambedue manca il verbo così caratteristico dell’inizio: “Ti amo”. Questa dichiarazione d’amore, che l’orante rivolge a Dio, è unica nel salterio. È un amore profondo e intenso, come suggerisce la radice del verbo che contiene il significato di “viscere”: l’amore di una madre che dà al figlio delle sue viscere tutto il suo amore e la sua dedizione. Tante volte questo verbo è nella Bibbia applicato a Dio (cfr Os 2,25; 11,8c; Is 49,10; 54,8.10; 55,7; Ger 12,15; Lam 3,32; Mic 7,19; Zc 10,6; Mc 6,34 e paralleli); nel salmo 18 esprime l’atteggiamento dell’orante che si affida totalmente a Dio, perché sa che solo da lui viene la vittoria. Dio, infatti, è tutto: è la forza, la roccia, la liberazione, la rupe, il riparo, lo scudo e il baluardo, la salvezza.
Il secondo grado dell’amore è la capacità di obbedire, nella speranza, alla vita quando essa ci offre le sue prove dolorose. Il passo biblico, citato a questo proposito, è Gb 13,15: «Anche se il mio Creatore mi ucciderà, spererò in Lui». Il “mio Creatore” (factor) è un’aggiunta dell’autore della Legenda che ha in mente altri passi di Giobbe in cui ricorre il termine (4,17; 32,22). La citazione è fatta secondo la Volgata[16], che riprende il qerê[17]; ebraico. Il testo ebraico scritto (ketîb), dice: «Mi uccida pure, non l’aspetterò in silenzio» ma i masoreti, cambiando lo’ (non) in (in lui),hanno letto (qerê): “io lo attenderò (spererò in lui)”.
Si allarga sempre di più la frattura tra Giobbe e i suoi amici: questi ultimi portano le loro argomentazioni teologiche per giustificare l’operato di Dio; Giobbe le contesta perché le sente artificiose e soprattutto sbrigative di fronte a domande che restano gravi. Ora Giobbe vuole giudicare gli amici, invece di essere da loro giudicato (12, 1-13,12), e soprattutto intende interrogare direttamente Dio, che è il principale avversario (13,13-28). «Tacete», dice Giobbe agli amici; «state lontani da me: parlerò io, mi capiti quel che capiti. Voglio afferrare la mia carne con i denti, terrò tra le mani la mia vita» (13,13-14). È così importante per lui difendere la propria innocenza davanti a Dio, che anche la morte e la rovina passano in secondo piano. Giobbe non vuole accettare fatalisticamente il giudizio di Dio: si difende con forza davanti a Lui, perché avverte in fondo che già questo coraggio di presentarsi a Dio e parlare con lui è garanzia di innocenza. La lettura, segnata in margine al testo ebraico e ripresa dalla Volgata – “io spero in lui” o “io attendo da lui” – riflette un’intuizione profonda: questo sperare non è una resa passiva nelle mani del più forte, è un atto di fede in Chi ci rinnova solo in grazia del suo amore. Anche quest’atto di fede, di abbandono e di speranza richiede tanto coraggio.
L’apice supremo dell’amore viene raggiunto quando si resta nella gioia pur soffrendo per Cristo. Il testo, a cui i padri si richiamano per illustrare questa esperienza, è At 5,41.
Gli apostoli, con Pietro in prima linea, dopo la loro liberazione prodigiosa dal carcere, erano tornati nel tempio a insegnare. Fermati nuovamente dalle guardie, sono ricondotti davanti al sinedrio, che aveva già loro ingiunto di non predicare nel nome di Gesù; ma Pietro, insieme agli apostoli, ha l’audacia di dichiarare: «Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini» (At 5,29). Ascoltato il parere di Gamaliele, che consiglia di non rischiare di opporsi a Dio, il sinedrio fa prima fustigare gli apostoli e poi li rimette in libertà, ordinando di non continuare a parlare nel nome di Gesù. «Ma essi se ne andarono dal sinedrio lieti di essere stati fatti degni di essere oltraggiati a causa del Nome» (At 5,41). È un onore soffrire per la causa del vangelo, come dice ancora san Pietro nella sua prima lettera ai fedeli dispersi nel mondo, scelti per obbedire a Gesù Cristo e per essere aspersi del suo sangue (cfr 1 Pt 1,1.2): «Nella misura in cui partecipate alle sofferenze di Cristo, rallegratevi perché anche nella rivelazione della sua gloria posiate rallegrarvi ed esultare. Beati voi, se venite insultati per il nome di Cristo, perché lo Spirito della gloria e lo Spirito di Dio riposa su di voi. Nessuno di voi abbia a soffrire come omicida o ladro o malfattore o delatore. Ma se uno soffre come cristiano, non ne arrossica; glorifichi anzi Dio per questo nome» (1 Pt 4,13-16).

 

Luminosità delle lacrime
Questa gioia dell’obbedienza al vangelo – gioia che richiede un alto prezzo di sofferenza –inonda la seconda parte del paragrafo 39, uno dei brani più intensi della letteratura religiosa medievale per la sua «tonalità mistica eccezionale»[18]. Essa unisce insieme Mt 25,1-10 e Lc 12,35-36: le vergini sagge in attesa dello Sposo e i servi che vegliano per essere pronti ad aprire al padrone che torna dalle nozze. «Come le vergini sagge, portavano già pronte in mano le lampade. Avevano infatti un vasetto d’oro, cioè il cuore puro dove preparavano ospitalità al Diletto; riempivano il vasetto d’olio, cioè il cuore di quell’amore con cui attendere Diletto nella gioia; accendevano la lampada con il calore della fiamma, cioè il desiderio fervido del cuore con cui andavano incontro al Cristo che veniva in loro; e infine rischiaravano la lampada del cuore con lo splendore, cioè con l’esempio dato al prossimo e la contemplazione delle realtà superne. Con lacrime luminose aprivano a Cristo che ormai bussava e, ricevendolo nel proprio cuore e gustando i doni della sua grazia, gioivano profondamente della presenza di un così grande Sposo. Con l’esempio di santità offerto a tutti, li accendevano di carità e li portavano con il loro entusiasmo all’amore di Cristo»[19].
Il brano è ripreso al paragrafo 46, che insiste sulla forza di irradiazione che promana dalla testimonianza di semplicità e di trasparenza dei padri. I brani biblici, a cui si fa allusione (Ct 2,8-10; 3,1-4; 5,1-2; Rm 8,26-27; Ap 3,20), servono a illustrare l’attesa ardente di Cristo, il Diletto, l’Amico, lo Sposo. A Cristo che bussa alla porta i padri sono pronti ad aprire “con la luminosità delle lacrime” (espressione identica al n. 39 e al n. 46): dolore e gioia per l’assenza/presenza dell’Amato che forma il loro bene più grande e a cui hanno dedicato la vita.

 

3. Nel mondo ma non del mondo

Parola per la lectio: «Va’ verso di te» (Gen 12,1)
Legenda IX, 40; X, 42: l’ascesa interiore

 

I capitoli IX e X della Legenda[20]si concentrano sul cammino dei Padri verso Monte Senario. La decisione di lasciare Firenze è ispirata dal desiderio di una solitudine più intensa per dedicarsi esclusivamente alla contemplazione di Dio in una comunità animata dall’amore fraterno e dall’unità.

 

Fuori del mondo
Questa salita dei Padri verso il monte è tracciata secondo l’itinerario di Abramo che parte dalla sua terra, dalla sua patria e dalla casa di suo padre, per approdare alla terra che Dio gli mostrerà (Gen 12, 1). Il primo distacco operato da Abramo – quello dalla sua terra e dalla sua patria – è stato rinnovato dai Padri quando, «separatisi dalle famiglie, avevano eliminato ogni incertezza che rischiasse di immergerli di nuovo in vani pensieri»[21]. Lo stile di vita, intrapreso nella loro prima dimora fuori la porta di Firenze (LO 31), attirava un gran numero di gente che li cercava per avere «il sostegno della loro preghiera e la direzione dei loro consigli. Finirono così per essere completamente occupati dalle visite […]. La loro mente era distratta e la continua impossibilità di attuare quello stato di contemplazione, che pure desideravano, li metteva in un profondo disagio» (LO 40).
Si rese quindi necessario per loro il secondo distacco, quello dalla casa del padre. «Il loro più grande timore era di non piacere più a Dio per la dissipazione della mente causata da un tale accorrere di gente. Dio, con quello stesso amore con cui li aveva legati insieme per lasciare la loro terra e la famiglia ed edificare il popolo, diede loro un cuore solo per uscire dalla casa paterna, lasciare cioè le relazioni con il mondo».
Come si vede, la motivazione di un distacco più radicale è sempre e solo Dio: purificare il pensiero, perché non venga inquinato dalla ricerca di se stessi o del successo o della fama, ma resti fisso nel puro e gratuito amore del Signore. Verso questo amore dobbiamo crescere, come suggerisce il richiamo a Ef 4,14-15: «Non siamo più come fanciulli sballottati dalle onde e portati qua e là da qualsiasi vento di dottrina, secondo l’inganno degli uomini […]. Al contrario, vivendo secondo la verità nella carità, cerchiamo di crescere in ogni cosa verso di lui, che è il capo, Cristo».
Poiché i Padri nutrivano un sincero desiderio di Dio, la loro preghiera è esaudita: «Dio, che previene quanti lo amano, ispirando il desiderio della salvezza, e colma della sua volontà chi lo teme e in nessun altro ha fiducia all’infuori di lui, viene incontro al desiderio dei nostri padri. Era stato Lui a ispirare questo desiderio, e Lui lo realizzò: nella larghezza della sua provvidenza mostrò loro il luogo da lungo tempo intensamente bramato, indicando anche il modo con cui potevano farne la loro dimora» (LO 40).
Su Monte Senario i padri possono concretizzare il loro desiderio di totale donazione a Dio. È il monte che evoca i luoghi sacri dove Dio si è manifestato[22]. È il monte di Moria, dove Abramo ha consumato il suo sacrificio di obbedienza al Signore (Gen 22, 2). Rievoca il monte Sion, saldo come colui che spera nel Signore: «Chi confida nel Signore è come il monte Sion:/non vacilla, è stabile per sempre./I monti cingono Gerusalemme: il Signore è intorno al suo popolo ora e sempre» (Sal 125, 1-2). È ancora il monte del tempio del Signore, dove affluiscono tutti i popoli per apprendervi la parola di Dio e conoscere le sue vie di pace e di riconciliazione (Is 2, 2-5).
La Legendaevoca anche la montagna verso cui Lot e la sua famiglia devono trovare scampo dalla rovina di Sodoma e Gomorra. «Quando apparve l’alba, gli angeli fecero premura a Lot, dicendo: “Su, prendi tua moglie e le tue figlie che hai qui ed esci per non essere travolto nel castigo della città”. Lot indugiava, ma quegli uomini preso per mano lui, sua moglie e le sue due figlie, per un grande atto di misericordia del Signore verso di lui; lo fecero uscire e lo condussero fuori della città. Dopo averli condotti fuori, uno di loro disse: “Fuggi, per la tua vita. Non guardare indietro e non fermarti dentro la valle; fuggi sulle montagne, per non essere travolto!”» (Gen 19, 15-17). I padri escono da Firenze, senza voltarsi indietro, rompendo decisamente e senza rimpianti ogni legame con il mondo. Dobbiamo però, a questo punto, fare molta attenzione: il tipo di linguaggio può sviarci e farci credere che la vita cristiana sia una fuga dal mondo. In realtà, è un distanziarsi che non vuol dire rottura o disprezzo, ma una presa di coscienza della propria identità di persona che si è donata totalmente all’unico Signore della sua vita. In questa maniera i padri ritornano nel mondo come un lievito nascosto che fa crescere anche gli altri verso una nuova coscienza.

 

Va’ verso di te
La salita dei padri da Firenze a Monte Senario segna un cammino interiore. Perciò i capitoli IX e X della Legenda, pur se intrisi di una idealità monastica che pone in evidenza il distacco e la solitudine, contengono un messaggio vitale per chi vive nel mondo.
L’ascesa interiore ha come punto di partenza una profonda e anche dolorosa conversione. «Abitarono – dice la Legenda42– prima nella valle di lacrime, dove la contrizione li lavò, li rese puri e pronti a intraprendere l’ascesa». E cita il salmo 84 (83), 7.6: Nella valle di lacrime le ascensioni dentro il loro cuore. Attraverso la purificazione interiore saliamo verso verso il luogo che ci è proprio, là dove è il Signore, luogo dei nostri desideri più grandi. Sant’Agostino, uno degli autori più amati dalla Legenda, così commenta questi versetti: «Che cosa conferisce il Signore con la sua grazia a colui che egli prende e conduce? Prosegue il salmo e dice: Le ascensioni nel cuore di lui. Vi produce dei gradini per ascendere. Dov’è che produce questi gradini? Nel cuore. Sicché, quanto più amerai tanto più salirai. […] Ma, dove egli fa questo? Nella valle del pianto. […] Proprio qui egli pone in cuore delle ascensioni. Qui infatti si piange poiché qui si semina, come è detto: Andavano e avanzavano piangendo, mentre spargevano le loro sementi (Sal 125, 6). Lascia dunque che delle ascensioni siano poste da Dio nel tuo cuore ad opera della sua grazia. Sali per via d’amore. Con l’amore nel cuore si canta il cantico dei gradini»[23]
Anche la chiamata di Abramo, su cui è modellata la vicenda dei Sette, è l’inizio di questa ascensione dentro il cuore. «Vattene dalla tua terra, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre …» (Gen 12, 1). L’ebraico lek leka, letteralmente, può anche voler dire: “va’ verso di te” (cfr anche Ct 2, 10). Il punto centrale, a cui bisogna tornare, è se stessi, la propria coscienza: un viaggio lungo, difficile, che ci conduce a scoprire Dio e gli altri non fuori, ma dentro di noi, parte nostra (cfr. quanto è stato detto nella precedente riflessione sull’obbedienza). Uno dei passi fondamentali del concilio Vaticano II è quello che sottolinea questa dimensione interiore della persona. Solo con persone impegnate in un processo di ritorno a se stesse, alla propria coscienza, la vita può rifiorire nel mondo. «Nell’intimo della coscienza l’uomo scopre una legge che non è lui a darsi, ma alla quale invece deve obbedire e la cui voce che lo chiama sempre, ad amare e a fare il bene e a fuggire il male, quando occorre, chiaramente dice alle orecchie del cuore: fa’ questo, fuggi quest’altro. L’essere umano ha in realtà una legge scritta da Dio nel suo cuore: obbedire ad essa è la dignità stessa dell’essere umano, e secondo questa egli sarà giudicato. La coscienza è il nucleo più segreto e il sacrario della persona, dove essa si trova sola con Dio, la cui voce risuona nell’intimità propria. Tramite la coscienza si fa conoscere in modo mirabile quella legge, che trova il suo compimento nell’amore di Dio e del prossimo. Nella fedeltà alla coscienza i cristiani si uniscono agli altri uomini per cercare la verità e per risolvere secondo verità tanti problemi morali, che sorgono tanto nella vita dei singoli quanto in quella sociale» (Gaudium et spes, 16).
In questo viaggio verso noi stessi andiamo conquistando una libertà sempre più grande. Una delle qualità, che il viaggio interiore comporta, è quella dell’autonomia: ci assumiamo la responsabilità delle nostre scelte, impariamo a dire la verità con semplicità e amore, viviamo liberi dai condizionamenti dell’ambiente e portarvi il contributo delle nostre convinzioni profonde.
Il viaggio interiore comporta anche la compassione per il mondo intero e l’accoglienza della vita come benedizione, cioè come un dono elargito a tutti, a testimonianza dell’amore di Dio creatore. «Ti benedirò …e diventerai una benedizione … e in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra» (Gen 12, 2.3).
La Scrittura annota che Abramo uscì da Carran a 75 anni (Gen 12, 4): un particolare che ci conforta, perché ci dice che questo viaggio può iniziare in qualsiasi momento della vita, anche in un tempo in cui a noi sembra di essere andati avanti negli anni e forse di non aver concluso niente.
Abramo raggiunse il paese di Canaan, lo “passò” fino a Sichem, presso la Quercia di Moré. Nel paese si trovavano allora i Cananei (Gen 12, 5-6). La meta del viaggio non è il possesso della terra. Per tre volte la Genesi ricorda che Abramo costruì un altare al Signore: uno presso la Quercia di Moré (12,7), un altro sulle montagne a oriente di Betel (12,8), un terzo alle Querce di Mamre che sono a Ebron (13,18). Questa insistenza è significativa: Abramo non conquista la terra, dove già abita un popolo; la riceve dal Signore come luogo in cui semplicemente “passa”, non vi dimora come proprietario. Ecco perché la Bibbia chiama attribuisce ad Abramo la qualifica di “ebreo” (Gen 14,13). Tale qualifica gli viene certo dal nome del suo capostipite, Eber (Gen 10,24; 11, 16 ss.); ma la radice del nome vuol dire “attraversare”. Tant’è vero che la Bibbia greca rende il termine con peràtes, cioè passeggero, emigrante. Lo stare di Abramo in mezzo al mondo è quello proprio dell’emigrante.
Quindi anche questo andare verso se stessi non è un appropriarsi di sé; piuttosto è un’espropriazione, è un non possedersi più, perché si è completamente del Signore. Ecco perché il culmine dell’itinerario di Abramo è il monte Moria dove è pronto a immolare il suo figlio.

 

Fuori di Babele
Un pellegrinaggio di liberazione dal carcere tenebroso di Babele: la chiamata di Abramo va collegata strettamente con Gen 11. È stato pensato un progetto disumano: «Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo e facciamoci un nome, per non disperderci su tutta la terra» (Gen 11, 4). Vale a dire: abbattiamo tutte le differenze, imponiamo una sola visione della vita, un’unica concezione di civiltà, di società, di economia, di politica, di religione. Fare, insomma, l’unità del mondo non attraverso l’incontro delle diversità, ma il predominio di un gruppo, di una classe, di un paese su tutti. Dio non può accettare un progetto del genere. Scende a confondere le lingue e chiama un uomo, Abramo, per far capire che Egli, Dio, non si trova nell’uniformità oppressiva e mortificante, ma in chi si mette in viaggio e in questo mondo passa come ospite e pellegrino, senza pretese di possesso.
Può essere forse utile ricordare a questo punto che nella liturgia sinagogale del sabato alla lettura di Gen 11,1-9 fa seguito l’haftarà[24] di Sof 3, 9-17. Sofonia trasmette il suo messaggio in un’epoca di speranza e di attesa, il regno di Giosia (1, 1) che culminerà nella famosa riforma religiosa del 622 a.C. Alla gente rivolge l’invito: «Cercate il Signore voi tutti, umili della terra, che eseguite i suoi ordini; cercate la giustizia, cercate l’umiltà» (2, 3). La possibilità di un rinnovamento spirituale passa attraverso il resto di un “popolo umile e povero”, che ha cioè eliminato da sé l’arroganza del potere e della supremazia e confida unicamente nel Signore (3, 12); egli prega con «labbro puro», perché serve Dio «con una sola spalla» (3, 9: cfr la nota della Bibbia di Gerusalemme), cioè nell’aiuto reciproco, nel sostegno fraterno, senza imposizioni e prepotenze.
Non nella falsa sicurezza di una città stabile e compatta, ma nel pellegrinaggio nasce una nuova umanità. La Bibbia dice che quando Terach, il padre di Abramo, uscì con la sua famiglia da Ur dei Caldei, la meta era già nota: il paese di Canaan (cfr Gen 11, 31). In altre parole: non è importante la meta verso cui si va; importante è il cammino, perché questo atteggiamento ci pone nella giusta relazione con Dio e con gli altri, colloca in modo giusto il nostro essere nel mondo.

 

Dio ama il mondo
Sulla base di quello che è stato detto finora, si ricavano ora solo alcune piste di riflessione sul tema “vivere nel mondo”.
Come sempre, facciamo attenzione al passo evangelico di Gv 3, 16-17. Anche Dio ha compiuto il suo esodo, dandoci il Figlio suo e con Lui tutto se stesso (cfr Rm 8, 31-32). Se Dio ha dato tutto, ora tocca a noi dare, amando il mondo come lo ama lui.
La secolarità è autentica se scaturisce dalla consapevolezza di essere creature nuove in forza del battesimo. La novità è la stessa nostra immersione nella morte e risurrezione di Cristo. Siamo diventati una sola cosa con Lui. È questa unione con Lui che rende possibile operare «in modo diretto e concreto nelle realtà temporali, in cui siamo inseriti, per ordinarle a Dio per mezzo di Cristo».
L’amore a Cristo ha portato i Padri a scegliere la vita monastica, caratterizzata dalla contemplazione, dalla solitudine, dal silenzio. Ma ogni cristiano, che vive nel mondo, deve sperimentare un “monachesimo interiore”, vale a dire le esigenze di una vocazione al seguito di Gesù che chiede il dono di tutta la vita..
Alla luce del “monachesimo interiore” e sull’esempio del servizio di santa Maria, dobbiamo agire nella pace, senza l’ansia di chi crede solo nel suo fare. Ora, il monaco è colui che ha rinunciato a un’azione diretta, non fidandosi dell’efficacia del suo fare, ma credendo all’azione di Dio che si sprigiona da una vita di fede pura. Un atteggiamento fondamentale anche per chi vive immerso nelle attività e nelle professioni di questo mondo. Dobbiamo praticare una disciplina di distacco, per evitare che il valore della nostra vita si identifichi con quello che facciamo.
È vivere in maniera autonoma il rapporto con la famiglia. Possiamo allargare il discorso e considerare anche la necessità di crescere come persone capaci di avere un’autonomia di giudizio; di assumersi la responsabilità di certe scelte; di contribuire al cammino della comunità con un atteggiamento positivo di chiarezza, di collaborazione e anche di critica, se è necessario; di liberarsi dai condizionamenti imposti dall’ambiente e dalla mentalità comune.
Infine, è necessario andare incontro al mondo liberi da atteggiamenti di difesa e da pregiudizi. In particolare il nostro amore si farà vicino ai più poveri e al loro faticoso cammino di liberazione.
Abbiamo parlato del viaggio verso noi stessi, per ricuperare la nostra identità profonda e la nostra autonomia. Ma questo viaggio non si esaurisce qui. Il ritorno a noi stessi è anche l’avvio di un “viaggio all’esterno”. Questo nuovo sentiero è aperto dalla compassione. Qui entra in azione il nostro carisma di Servi. Abbiamo parlato di autonomia, non di indipendenza. Per noi; Servi della Vergine, l’autonomia vera è quella che si concretizza nella compassione e nel servizio.

 

4. L’eco di Cristo

Parola per la lectio: «Siamo ovunque il buon odore di Cristo» (2 Cor 2, 14-15)
Legenda X, 43: la nostra vita parla di Lui

 

Il capitolo decimo della Legenda de origine[25]considera il legame simbolico tra il nome del Monte Senario e la vocazione dei Padri. “Monte” dice la salita verso l’alto: una salita interiore – come si diceva la volta scorsa – verso il luogo che ci è proprio, il Signore, pienezza dei nostri desideri; “Sonaio” (Senario) ricorda l’eco che si sprigiona da un’esperienza autentica che si fa luce per il cammino degli altri.
Il paragrafo 43, su cui concentriamo la nostra attenzione, ci indica, attraverso la citazione di vari testi biblici, un percorso spirituale lungo il quale cresciamo come persone capaci di comunicare il senso profondo della propria vita.

 

Il soave suono di una pronta obbedienza
Già abbiamo avuto occasione di verificare come la Legendainsista molto su questo tema. E giustamente, perché l’obbedienza, nel senso biblico di ascolto, è il punto di partenza del processo di crescita. Dio ha chiamato i padri «alla conoscenza e all’amore di sé» ed essi rispondono facendo «eco con il soave suono di una pronta obbedienza».
La prima citazione biblica è tratta da 1 Sam 3,10: «Parla, Signore, perché il tuo servo ti ascolta». Samuele era ancora un ragazzo: «non aveva ancora conosciuto il Signore, né gli era stata ancora rivelata la parola del Signore» (1 Sam 3, 7). Difficile, quindi, per lui decifrare immediatamente la chiamata divina. Questo però non è facile neanche per il sacerdote Eli, maturo per età e anche per il suo lungo servizio al santuario: la debolezza della sua vista (cfr 1 Sam 3, 2) non è solo un limite dell’età avanzata, ma anche il segno di una fragilità strutturale della persona umana posta di fronte alla parola di Dio.
La parola del Signore era “rara” in quei giorni (cfr 1 Sam 3, 1b). L’aggettivo, tradotto con “raro”, indica la preziosità di qualche cosa (la Volgata, infatti, traduce “pretiosus”): preziosa è la pietra che adorna la corona tolta da Davide a Milcom (cfr 2 Sam 12, 30) o le pietre che la regina di Saba porta in dono a Salomone (cfr 1 Re 10, 2); preziosa è la luna che sorge nel cielo (cfr Gb 31, 26); e soprattutto preziosi sono i pensieri di Dio, perché profondi e inscrutabili (cfr Sal 139, 17) e prezioso è Israele amato da Dio: «Tu sei prezioso ai miei occhi […] degno di stima e io ti amo» (Is 43, 4). Agli occhi di Dio sono prezioso come una cosa rara. Egli mi ama come se fossi l’unico ad esistere.
La rarità della parola va quindi intesa come un richiamo al suo altissimo valore: essa è il bene prezioso che Dio ci comunica e va amata con quell’amore di predilezione con cui Dio ama noi. Essa però è “rara”, perché rari sono coloro che l’accolgono e la stimano come il bene più prezioso. Rari al tempo di Samuele e di Eli e rari anche ai giorni nostri, perché la parola è esigente, difficile e chiede soprattutto di essere vissuta.
Ecco perché Dio chiama ripetutamente (si provi a contare quante volte nel brano di 1 Sam 3, 1-10 ritorni il verbo “chiamare”). Noi, infatti, siamo tanto poco disposti a distinguere, in mezzo ai molteplici e contrastanti richiami di questo mondo, l’autentica chiamata divina. Perciò Dio chiama continuamente nella speranza che la sua chiamata sia ascoltata e la persona, presa finalmente coscienza di essere la destinataria di un amore tanto grande, dica: «Parla, Signore, perché il tuo servo ti ascolta». L’ascolto, cioè l’accoglienza totale di una parola che ci viene rivolta, è la risposta che Dio si aspetta da noi, l’unica vera risposta che la persona libera dà a Dio.
Comprendiamo allora benissimo perché la Scrittura abbia nel suo centro l’ascolto: «Ascolta, Israele» (Dt 6, 4). Senza l’ascolto la Scrittura resta un libro chiuso. E comprendiamo anche perché tutta la Scrittura sia finalizzata all’ascolto: «Leggerai questa legge davanti a tutto Israele, agli orecchi di tutti. Radunerai il popolo, uomini, donne, bambini e il forestiero che sarà nelle tue città, perché ascoltino, imparino a temere il Signore vostro Dio e si preoccupino di mettere in pratica tutte le parole di questa legge. I loro figli, che ancora non la conoscono, la udranno e impareranno a temere il Signore vostro Dio» (Dt 31, 11-13).
Quella che noi siamo abituati a chiamare “Scrittura” è denominata preferibilmente dall’Antico Testamento come “lettura”[26]. Questo termine pone in primo piano non tento l’interpretazione di un testo scritto, quanto la trasmissione di una parola che si dirige a persone in ascolto. La lettura implica un’attività, una partecipazione, un’iniziativa, l’incontro tra chi legge e chi ascolta. Il brano di Dt 31, che abbiamo citato, si riferisce alla lettura pubblica durante una festa solenne (quella delle capanne o delle settimane: cfr nota Dt 31, 9-13 della Bibbia di Gerusalemme). Mosè ha rivolto tre discorsi al popolo, che li ha ascoltati. Poi questi discorsi vengono scritti (Dt 31, 9), ma per essere letti e ascoltati nuovamente. La Scrittura è perciò un momento provvisorio destinato a scomparire. Ciò che resta per sempre è la parola detta da Dio tramite i suoi profeti e ascoltata dal popolo, cioè trasformata in esperienza vissuta.
Samuele, il servo che ha ascoltato la parola del suo Signore, il primo autentico profeta della storia d’Israele secondo la Bibbia (cfr At 3, 24: «Tutti i profeti, a cominciare da Samuele…»), può dichiarare, perciò, questa grande verità: «Il Signore forse gradisce gli olocausti e i sacrifici come ascoltare la voce del Signore? Ecco, ascoltare è meglio del sacrificio» (1 Sam 15, 22). Dio non vuole l’omaggio di un rito perfetto, ma senz’anima. Vuole una persona viva capace di ascoltare e di rispondere.
La Legenda adatta la citazione di 1 Sam 3, 10 alla condizione comunitaria dei padri: Parla, Signore, ché i tuoi servi ti ascoltano. Veramente neanche Samuele è solo ad ascoltare; ha bisogno di Eli per capire e l’uno e l’altro si illuminano a vicenda. Si ascolta insieme. È importante trovarsi insieme a leggere la Scrittura. Non esiste commento, sia pure stilato dall’esegeta più informato e intelligente, che possa superare quello che una comunità riesce ad elaborare intorno a un brano letto e approfondito insieme. Certo, devono essere osservate alcune condizioni fondamentali: ciascuno si preparerà all’incontro comune con un ascolto personale, quotidiano e perseverante; vivrà il momento dello scambio e dell’approfondimento nella rispettosa accoglienza di ogni voce e nella disponibilità a cambiare se stesso, non tanto gli altri.
«Quando lo Spirito – continua il n. 43 della Legenda – li riempiva del suo soffio [cioè la forza divina che ricolma la persona in ascolto], usciva soffusa di tenero amore la dolce eco di questa acclamazione: Non respingermi dalla tua presenza e non privarmi del tuo Santo Spirito(Sal 51, 13)». Il salmo 51 pone in relazione il cuore puro («crea in me, o Dio, un cuore puro»: v. 12) e lo Spirito di Dio: «non privarmi del tuo santo spirito», cioè di te, della tua presenza che dà vita. Il cuore è puro perché vive alla presenza di Dio. All’ascolto è legata la preghiera: il dono di Dio deve essere implorato umilmente e insieme accolto in un atteggiamento penitente di conversione e purificazione.

 

La cetra di Davide
Dopo l’eco dell’ascolto e della preghiera risuona un’altra voce, quella del movimento della mano che produce «opere sante». L’immagine è un po’ strana, ma sembra alludere alle mani di Davide che, toccando le corde della cetra, ne fanno uscire una melodia che rasserena. Ci troviamo nuovamente nel primo libro di Samuele, cap. 16, vv. 14-23. Il re Saul , dopo aver fatto scelte sbagliate che lo hanno portato lontano da Dio, è dominato da un “cattivo spirito di Dio”. Oscuri terrori turbano il suo animo. I suoi ministri gli suggeriscono di cercare un uomo abile a suonare la cetra. La musica sarà per lui come un balsamo. Il re accoglie l’idea e chiede ai ministri di iniziare la ricerca. «Rispose uno dei giovani: “Ecco, ho visto il figlio di Iesse il Betlemmita; egli sa suonare ed è forte e coraggioso, abile nelle armi, saggio di parole, di bell’aspetto e il Signore è con lui”. Saul mandò messaggeri a Iesse con quest’invito: “Mandami Davide tuo figlio, quello che sta con il gregge”. […] Davide giunse da Saul e cominciò a stare alla sua presenza […]. Quando dunque lo spirito sovrumano investiva Saul , Davide prendeva in mano la cetra e suonava: Saul si calmava e si sentiva meglio e lo spirito cattivo si ritirava da lui».
La citazione, sia pure appena accennata, di questo brano è interessante sotto vari aspetti. Prima di tutto attesta l’impegno in una lettura non superficiale della Bibbia o limitata ai brani più noti. Già abbiamo notato come la lectio divina dei padri spazi per tutta la Scrittura. Anche per noi, consacrati all’ascolto della Parola – questa dedizione alla Parola anima e dà senso a una consacrazione vissuta nel mondo -, la Bibbia dovrebbe diventare la nostra casa, dove ci muoviamo liberamente e di cui conosciamo ogni angolo.
Il richiamo alla cetra di Davide, inoltre, potrebbe aprirci uno spiraglio per un discorso sulla “via della bellezza”. La nostra vita deve nutrirsi di tutto quello che aiuta lo spirito umano a elevarsi verso i valori più alti: lo studio e la lettura di libri che ci aprono orizzonti più vasti, ci infondono la volontà di cambiare, ci liberano da preoccupazioni meschine; una conoscenza sempre più vasta di eventi e di persone, animata da simpatia, partecipazione, desiderio di scoprire ovunque quegli aspetti positivi che aprono alla speranza; l’amore verso ogni espressione artistica che riscopre la bellezza e l’armonia di questo mondo e ci dice che è possibile ricreare quest’armonia nella nostra vita e nelle relazioni con gli altri. Uno scritto inedito del direttore d’orchestra statunitense, Lorin Maazel[27], ci comunica, partendo dalla musica, un grande messaggio contro il fanatismo e la guerra: «Per alcuni, suonare o ascoltare musica è un balsamo e un rinnovamento. Durante la seconda guerra mondiale, mentre su Londra piovevano i V1 e i V2, l’amatissima pianista Clara Haskil improvvisava delle esecuzioni, spesso in strutture mezzo bombardate, per quelli che trovavano nel suo Mozart un’oasi di ragione in un mondo di pazzia. Lei e la musica che suonava erano per molti fonte di ispirazione nella battaglia della vita. […] Non dico che ascoltare la musica o suonare uno strumento garantisca lo sviluppo di valori costruttivi, non antisociali nella psiche umana. Né che lo studio scientifico delle meraviglie della vita impedisca ai medici e ai ricercatori di commettere crimini odiosi contro l’umanità […] Io dico: si metta un bambino durante i suoi primi cinque anni di vita in un ambiente in cui vengono soddisfatte le sue esigenze di espressione artistica, dove ciò che lo circonda è esteticamente gratificante, dove si ascolta musica, si vedono immagini tranquille, senza televisione a parte qualche video di natura didattica e senza inculcargli fanatismi religiosi o politici, e c’è una ragionevole probabilità che quel bambino diventi un adulto riflessivo, equilibrato, che renda un contributo positivo e duraturo alla società. […] La forza dell’Arte sta nel contributo complessivo che può dare alla liberazione della mente umana dalle pastoie del fanatismo. Quando si ascolta un’interpretazione superba della Missa solemnis di Beethoven, il pensiero si apre a spazi dagli orizzonti infiniti. Non c’è posto per l’odio. La mente libera e curiosa dell’artista creativo non può accogliere le rigidità del fanatismo».
Saul, dominato da un “cattivo spirito di Dio”, è l’immagine di una umanità smarrita, alienata, depressa, triste. Solo la bellezza di una dolce melodia può guarirla: la bellezza di una vita che riflette la Bellezza suprema, Dio. A quell’umanità, che ha perso il senso e il gusto della vita, dobbiamo portare la gioia segreta che rende bella la nostra vita.

 

Il profumo di Cristo
Al suono melodioso la Legendaunisce il profumo. Suono e profumo sono i simboli di una vita che sprigiona da sé una forza nuova, che riecheggia questa parola divina: «Siamo ovunque il buon odore di Cristo» (cfr 2 Cor 2, 14-15).
2 Cor 2, 14-15 sarebbe, secondo molti esegeti, l’inizio di una lettera a sé stante, inserita, insieme ad altre lettere indipendenti, nella redazione finale di 2 Cor. Avremmo, cioè, «un’opera composita che, nell’intento di tramandare un materiale paolino abbondante e prezioso, avrebbe unito insieme in unica lettera quello che originariamente apparteneva a tre scritti distinti»[28].
2 Cor 2,14 potrebbe essere l’inizio liturgico di una lettera che si sviluppa fino al capitolo 7, 4 (ma per altri la lettera inizierebbe già al cap. 1, 8) e ha come tema principale quello dell’apostolato: un ministero grandissimo, rivolto a «far risplendere la conoscenza della gloria divina che rifulge sul volto di Cristo» (2 Cor 4, 6). È un “tesoro” dato da Dio, che però portiamo in vasi di creta, «perché appaia che questa potenza straordinaria è da Dio e non da noi. Siamo infatti tribolati da ogni parte, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi, portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo» (2 Cor 4, 7-10).
Grande e preziosa la chiamata; piccola e povera la vita di colui al quale la chiamata divina si rivolge. Per questo Paolo inizia dicendo: «Siano rese grazie a Dio, il quale ci fa partecipare al suo trionfo in Cristo e diffonde per mezzo nostro il profumo della sua conoscenza nel mondo intero» (2 Cor 2, 14).
L’immagine è presa dalla celebrazione del trionfo di un generale vittorioso, davanti al quale, com’era l’uso dell’epoca, si spandevano profumi. Un’immagine trionfalistica che ci dice poco, ma, collegata alla vittoria di Gesù, ci apre alla speranza. Noi siamo spesso vinti e frustrati, ma Gesù ha vinto! (cfr Gv 16, 33; 1 Gv 5, 4). La nostra povera vita deve essere l’annuncio della pasqua di Cristo.
«Noi siamo dinanzi a Dio il profumo di Cristo» (2 Cor 2, 15). Qui si introduce il riferimento al profumo del sacrificio. La nostra vita, il nostro servizio e tutta la nostra attività è un’offerta a Dio (cfr Rm 1, 9 e 15, 16: cfr le note della Bibbia di Gerusalemme). Come Gesù ha detto sì al Padre, così anche Paolo pronuncia il suo sì, senza tener nulla per sé (cfr 2 Cor 1, 19-21).
Il profumo ci porta anche nell’atmosfera del Cantico dei cantici (cfr 1, 3.12-13; 2, 13.17; 3, 6; 4, 10.14; 5, 13; 8, 14), dove esso simboleggia la presenza dell’amato che porta gioia e insieme l’inafferrabilità di una realtà sempre cercata e mai posseduta appieno. Di qui l’invito finale del paragrafo 43 della Legenda: «Casa d’Israele, vieni, camminiamo nella luce del Signore» (Is 2, 5).
Is 2, 2-5 è ripetutamente citato dalla Legenda in relazione a Monte Senario: il monte preparato da Dio (Is 2, 2: LO 41), il monte delle ascensioni (2, 3: LO 41), il monte dove confluiscono le moltitudini (Is 2, 2-3: LO 45), il monte che indica i sentieri del Signore (Is 2, 3: LO 45). A somiglianza del monte Sion, che si leva in mezzo ai popoli come faro di luce, Monte Senario, da dove si espandono l’eco e il profumo della vita comune dei Sette, risuona dell’invito a camminare nella luce del Signore. La luce è la parola stessa del Signore (cfr Sal 119, 105; Pr 6, 23; Sap 7, 10.26): la parola ascoltata è anche la parola vissuta, che illumina i nostri passi nell’incerto cammino nostro e degli altri. Chi cammina nella luce diventa luce per gli altri. «Io, il Signore, […] ti ho formato e stabilito come […] luce delle nazioni, perché tu apra gli occhi ai ciechi» (Is 42, 6.7). «Io ti renderò luce delle nazioni, perché porti la mia salvezza fino all’estremità della terra» (Is 49, 6). «La tua luce sorgerà come l’aurora […]. Se offrirai il pane all’affamato, se sazierai chi è digiuno, allora brillerà fra le tenebre la tua luce, la tua tenebra sarà come il meriggio» (Is 58, 8.10).

 

Silenziosa portatrice di Cristo
È stato scelto l’articolo 11 della Regola di vita come anello di passaggio dall’esperienza dei padri alla nostra esperienza. Esso fa parte del capitolo II dedicato alla castità consacrata che, in base a quanto abbiamo cercato di far emergere dal paragrafo 43 della Legenda, vogliamo vedere come purezza e trasparenza di una vita che desidera incarnare Gesù.
L’articolo 11 ricorda che ciascuna sorella è “silenziosa portatrice di Cristo”, operando nel cuore degli uomini il miracolo della nascita di Gesù. Nel silenzio, senza parole, senza mai forse pronunciare il nome di Cristo, noi ne portiamo comunque l’eco e il profumo là dove si svolge la nostra vita di lavoro e di relazioni.
La nostra vita comunicherà Cristo se vivrà la grande realtà espressa nella citazione iniziale del capitolo II: «Dio ci ha amato e noi abbiamo creduto al suo amore» (1 Gv 4, 16). L’amore è l’unica forza capace di trasformare il mondo, e amare vuol dire affidarsi senza riserve a Colui che sostiene la nostra vita, la rinnova, la riempie.
Vorremmo perciò aiutare tutti quelli che ci sono accanto a compiere questo gesto di fiducia totale nella vita, anche nei momenti in cui è difficile sperare. Ci sarà di sostegno in questo compito importante la Vergine Maria, esempio di fiducia nel Signore, un segno di speranza per tutti gli uomini insicuri.
Gesù è comunicato agli altri attraverso la vita povera, cioè una vita libera dall’egoismo e pronta a capire i bisogni degli altri. Essere consapevole di crescere nella libertà evangelica nella misura in cui ci si spoglia di se stessi per rivestirsi di Cristo.
La fedeltà ai grandi e piccoli impegni quotidiani è ancora una luce di Cristo che accendiamo nella vita di tutti. Cercare di vivere continuamente di fede: preghiera e azione diventeranno così espressione della comunione con Cristo che, presente e operante in noi, ci muove verso il Padre e i fratelli.
All’interno della comunità, chi è chiamato a svolgere un compito di guida e di discernimento, non potrà attuarlo efficacemente senza una personale trasfigurazione in Cristo. Chi è il responsabile senta l’esigenza della sua configurazione a Cristo. Sia accanto ai fratelli in atteggiamento di rispetto, di ascolto e di dialogo; li aiuti con semplicità e intelligenza, con carità e decisione a scoprire e a compiere la volontà di Dio.
E infine, vivere nel nascondimento di Cristo è uno dei segni più importanti di vocazione a una vita consacrata nel mondo:
a – l’appello personale di Dio Padre, la disposizione all’intimità con Cristo e la volontà di una oblazione totale nello Spirito;
b – l’invito ad una presenza nascosta nel mondo, nella stima profonda degli autentici valori umani che vi si trovano, e la capacità di una testimonianza solitaria» (art. 68).
Deve essere tenuto ben presente che «Cristo abiti per la fede nei vostri cuori; siate ben radicati e fondatri nell’amore , affinché diveniate capaci , assieme a tutti i santi, di comprendere quale sia la larghezza e la lunghezza e l’altezza e la profondità , e di conoscere anche la carità di Cristo che sorpassa ogni conoscenza, onde siate riempiti di tutta la pienezza di Dio». Cristo abita prima di tutto nei nostri cuori, ma poi solo insieme a tutti i santi , cioè a tutti i fratelli, comprendiamo fino in fondo che cosa sia la carità di Cristo.

5. La nuova città

Parola per la lectio: «Il Regno dei cieli è come un mercante che va in cerca di perle preziose» (Mt 13,45)
Legenda: III, 17; VIII, 37: l’arte dei Padri
Leggendo Mt 13, 45 con gli occhi dell’autore della Legenda, incontriamo un’interpretazione originale della parabola della perla di grande valore. Come sempre, il versetto proposto per il nostro studio deve essere considerato all’interno di tutto il capitolo 13 di Matteo. È utile perciò tener presente il significato delle parabole nella predicazione di Gesù e nella vita della chiesa.[29].
Appello alla decisione
Quando Gesù racconta una parabola, ha davanti a sé un uditorio ben preciso. Per esempio, la parabola del figlio prodigo (continuiamo a chiamarla con il suo titolo tradizionale) era destinata ai farisei che non erano affatto d’accordo con l’atteggiamento misericordioso di Gesù verso i peccatori. La chiesa primitiva ha poi applicato la parabola alle sue situazioni particolari, provocando quindi uno spostamento di accento rispetto al racconto originario, ma anche mettendo in luce altri significati. La lettura che ne fa la chiesa è quella chiamata “allegorica”. L’allegoria è un tipo di linguaggio presente già nella Bibbia, e lo troviamo ampiamente usato nell’Antico Testamento e nei vangeli. L’allegoria scopre dietro la lettera un’altra realtà. Nell’allegoria nuziale di Ez 16 il profeta vuol far capire ai lettori che quella storia di amore, di tradimento e di perdono non si riferisce a due sposi qualsiasi, ma è la storia dei rapporti tra il Signore e il suo popolo. L’allegoria è un mezzo importante per capire che negli eventi umani si realizza una storia della salvezza. Grande spazio all’allegoria è dato dalle visioni simboliche dei profeti e dell’apocalittica e dalla stessa tradizione evangelica. La parabola del seminatore riceve una dettagliata spiegazione (Mt 13, 18-23 parr.), in cui ognuno dei terreni rappresenta un certo tipo di cristiani. Gesù stesso, dice ancora Matteo (13,36), dà ai discepoli che la chiedono una spiegazione della parabola della zizzania. E Marco precisa: «Senza parabole non parlava loro; ma in privato, ai suoi discepoli, spiegava ogni cosa» (4, 34).
Gli studi moderni hanno cercato di distinguere tra la parabola originaria e gli sviluppi allegorici posteriori. Il primo a operare tale tentativo è stato Adolf Jülicher (1857-1938). Originariamente Gesù racconta una parabola per calare il suo messaggio in una situazione concreta e particolare. Non si propone di comunicare verità “universali”, ma quella verità che può aiutare il suo uditorio a prendere coscienza dei cambiamenti da operare nel modo di pensare e di vivere. Poi la comunità vi ha ricavato un insegnamento che vale per ogni tipo di persona e per ogni tempo. Il lato debole della teoria di Jülicher è l’aver limitato il messaggio di Gesù alla sua dimensione etico-religiosa: In realtà Gesù non è soltanto un maestro, che in maniera semplice e geniale, impartisce un insegnamento ricco di sapienza e di umanità. Altri studiosi (Dodd, Jeremias) hanno giustamente posto in luce il carattere escatologico della predicazione di Gesù, vale a dire: le parabole non trasmettono soltanto una sapienza umana, ma vogliono far capire che in Gesù il regno di Dio si è manifestato e che noi siamo entrati ormai nella fase ultima della storia. È urgente presndere una decisione e rispondere all’appello divino.
Una caratteristica importante della parabola è quella di essere un racconto utilizzato all’interno di un processo dialogico, cioè di un rapporto fra chi parla e chi ascolta. La parabola non è una dimostrazione razionale che imponga la verità di Gesù e del suo messaggio. Introduce invece a un dialogo che porta gradualmente l’ascoltatore a scoprire significati nuovi in se stesso e nella sua vita. Con il racconto delle parabole Gesù cerca di spianare la via al vangelo, di eliminare rigidità e chiusure, di rimuovere pregiudizi, di superare perplessità. La parabola aiuta a scoprire l’identità di Gesù e ad assumere la decisione di seguirlo lungo la sua strada. Di qui l’attualità perenne dei racconti in parabole: anche se Gesù li ha rivolti a determinate categorie di persone e in contesti particolari, essi interpellano anche noi e continuano a suscitare interrogativi e attendono una risposta coraggiosa.
La perla di grande valore
Il messaggio della parabola del mercante di perle preziose –come di quella del tesoro nascosto (Mt 13, 44) – riguarda il valore incomparabile del regno di Dio, rispetto al quale ogni altro bene perde la sua assolutezza. Si vende tutto quello che si possiede pur di non perdere quest’occasione preziosa. Il ritrovamento del tesoro e della perla è presentato nel vangelo come una circostanza eccezionale, un colpo di fortuna che càpita una volta nella vita. Questa eccezionalità vuole sottolineare l’urgenza di una decisione tempestiva. «Approfittate di ogni occasione» dice san Paolo (Col 4, 5). E ancora: «Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza» (2 Cor 6, 2). Quest’occasione o momento favorevole è l’oggi in cui viviamo, tempo riempito dalla presenza di Cristo. «Oggi si è adempiuta questa scrittura che voi avete udito con i vostri orecchi» (Lc 4, 21), afferma Gesù all’inizio del suo ministero terreno, che si conclude con una assicurazione analoga: «Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28, 20).
Scoprire il senso profondo e ultimo del tempo in cui viviamo richiede una fede sempre desta e attenta: «Vigilate attentamente sulla vostra condotta, comportandovi non da stolti, ma da persone sagge, profittando [letteralmente = riscattando] del tempo presente» (Ef 5, 15-16). Solo una fede che cerca sempre, che si interroga, può scoprire il tesoro nascosto e la perla preziosa: «Cercate e troverete … chi cerca trova» (Mt 7, 7.8). Anche Gesù cerca continuamente noi, mostrando che questo è il movimento stesso di Dio, la cui gioia è di trovarci nuovamente per le strade lontane dove noi ci siamo smarriti. «Se un uomo ha cento pecore e ne smarrisce una, non lascerà forse le novantanove sui monti per andare in cerca di quella perduta? Se gli riesce di trovarla, in verità vi dico, si rallegrerà per quella più che per le novantanove che non si erano smarrite» (Mt 18, 12-13). Questa ricerca incessante di Dio – perché egli non smette di venirci dietro finché non ci ritrova (cfr Lc 15, 4) – è la nostra salvezza: «Il Figlio dell’uomo è venuto a cercare e salvare ciò che era perduto» (Lc 19, 10). Prima ancora che l’uomo possa pensare di cercare Dio, Dio si è già posto alla sua ricerca e non sempre questa sua ricerca ha successo (cfr Ez 22, 30). Dio cerca l’uomo, orfano e abbandonato in una terra deserta, perché Dio lo ama come la pupilla del suo occhio (cfr Dt 32, 10) e come il bene più prezioso (cfr Is 43, 4) e ha dato tutto di sé pur di conquistarlo (cfr Rm 8, 32). Tutta la Scrittura narra questo movimento di Dio che esce fuori da sé per cercare l’uomo e riportarlo sulla via giusta. Se Egli non lo cercasse più, l’uomo sarebbe perduto. Ecco perché il salmo 119 si chiude con questa invocazione: «Come pecora smarrita vado errando; cerca il tuo servo» (v. 176).
Dio si comporta come il mercante che cerca perle preziose. La perla di grande valore siamo noi, per i quali Gesù ha donato la sua vita. La parabola ci invita ad entrare in questa stessa dinamica di amore. Se cerchiamo noi stessi, ci perderemo; se perdiamo noi stessi per amore di Cristo, troveremo la vera vita (cfr Mt 10, 39 parr.).
Un nuovo lavoro
L’immagine del mercante di perle è quanto mai adatto a esprimere l’esperienza dei Sette, mercanti anch’essi, la cui vita è trasformata dalla scoperta di una perla particolarmente preziosa. Il richiamo a Mt 13, 45-46 è nel capitolo terzo della LO – appartenente alla sezione arcaica anche se profondamente rimaneggiato da interventi redazionali posteriori –, dove si illustra prima di tutto il valore simbolico del numero sette (LO 15), collegato alla costellazione delle sette Pleiadi e ai sette doni dello Spirito Santo. L’immagine delle sette Pleiadi – ripresa al n. 22 – ci porta alla stagione primaverile[30], tempo di rinascita e di rinnovamento. Anche i sette padri hanno contribuito con la loro vita al fiorire di una «primavera spirituale» nella chiesa e nel mondo, come già poco prima avevano fatto san Domenico e san Francesco, i due astri mediante i quali Cristo «aveva cominciato nuovamente a illuminare la terra e a riscaldarla con raggi di luce più intensa».
Scegliendo, inoltre, sette uomini per dare inizio al suo Ordine, «la Nostra Signora manifestava chiaramente quale fosse la sua volontà: rendere bello il suo Ordine con una effusione particolarmente abbondante dei sette doni dello Spirito Santo- Così agli occhi di tutti ella mostrava che sempre, d’allora in poi, l’Ordine doveva conservarsi per mezzo di uomini provvisti dei doni dello Spirito di Dio, e a tutti faceva vedere, con una evidenza assoluta, che grazie ai doni dello Spirito l’Ordine le sarebbe sempre stato gradito, fino alla settima età» (LO 15).
Del capitolo terzo, caratterizzato da un’argomentazione di tipo filosofico – si trovano vari riferimenti all’Etica nicomachea di Aristotile – il paragrafo 17 è senz’altro uno dei più interessanti per gli spunti che offre in relazione a un impegno nel mondo. Parlando dei vari stati di vita in cui i Sette si trovavano prima di formare una comunità stabile, la Legendaricorda la loro attività mercantile volta al benessere materiale della città. Poi, però, essi «trovarono la perla preziosa, o meglio la Nostra Signora fece capire che sarebbe stata l’unità delle loro persone a creare e riprodurre nuovamente nel mondo questa perla, con la guida dello Spirito Santo. Per procurarsi questa perla, cioè il nostro Ordine, o piuttosto per ottenere dalla Nostra Signora che tramite loro questa perla fosse creata, introdotta nuovamente nel mondo e donata a quanti desideravano servire degnamente e fedelmente la Nostra Signora, non solo distribuirono ai poveri quanto possedevano, vendendo tutto secondo il consiglio evangelico, ma anche si offrirono con gioiosa determinazione a un servizio fedele a Dio e alla Nostra Signora».
La perla, di cui parla il vangelo, è quindi per la Legenda l’Ordine dei Servi, visto come attualizzazione del regno di Dio seminato nella storia e nel cuore dell’umanità. La perla è creata e riprodotta nuovamente nel mondo dall’unità stessa dei padri, quella corporalis et animae unio su cui la Legendaripetutamente insiste per caratterizzare la vita dei primi padri.
La scoperta della preziosità incommensurabile del vivere insieme trasforma in profondità il lavoro dei padri – ars, arte dice la Legenda. Come la chiamata di Gesù ha cambiato il lavoro dei primi discepoli, pescatori sul lago di Galilea: «Seguitemi, vi farò pescatori di uomini» (Mt 4, 19), così l’arte dei padri non è più semplicemente l’arte mercantile. Già nel proemio la LO afferma che il lavoro è uno dei compiti più importanti lasciatici dai padri: «Rendiamo lode a quegli uomini gloriosi che con la santità delle parole e degli esempi ci hanno generati nell’Ordine. Essi sono, dopo Dio, i nostri padri, quelli che si sono presi cura della nostra vita, dandoci il cibo spirituale necessario alla nostra crescita e offrendoci conoscenza, arte e scienza»[31]. L’arte è la professione di mercanti che i padri, prima di intraprendere la vita penitente, esercitavano in vista del benessere materiale loro e della città. Poi, in seguito all’intuizione nuova data loro dallo Spirito, si pongono al servizio di un bene superiore. «Mentre prima trafficavano beni terreni, ora, divenuti un corpo solo nell’unità radicale delle loro persone, intrapresero a praticare una nuova professione [negotiatio et ars], quella cioè di unire le anime a Dio e a Nostra Signora, di conservarle in tale unione e condurle a un servizio sempre più fedele. Divennero mercanti di beni celesti, presi come erano dall’amore per tutte le anime bisognose di salvezza»[32].Nel paragrafo 17 precisa che quest’arte è il nuovo tipo di lavoro svolto dai padri dopo la scoperta della perla, o meglio dopo la scoperta che solo la via dell’unità introduce nel mondo questa perla preziosa.
Il paragrafo 17 si chiude ricordando che questo tipo di arte o professione è stato portato «a nobilissima perfezione dal beato Filippo, che l’ha lasciato come sua eredità ai frati desiderosi di servire fedelmente Dio e Nostra Signora». Il lavoro non è più semplicemente un’attività materiale; riguarda invece il progresso spirituale della gente. L’arte dei padri non si esaurisce nella costruzione materiale della città, ma ambisce a edificare una nuova umanità. È un impegno culturale di primaria importanza in tempi in cui ci troviamo di fronte a scelte vitali per la crescita di una nuova coscienza.
I padri salgono su Monte Senario e operano dei distacchi dal vivere della gente non per estraniarsi dai problemi in cui il mondo si dibatte. Si tratta piuttosto di un rimettere la vita sul fondamento giusto. Per questo la Legendafa una precisazione interessante quando ricorda i tagli operati dai padri, sull’esempio di Abramo che lascia il suo paese, i legami parentali e la casa paterna; questi tagli hanno un solo scopo: ad populum hedificandum (n. 40), l’edificazione del popolo[33]. Il passo scritturistico, di cui qui sembra sentire l’eco, è Rm 15, 2: l’edificazione della comunità, dove coesistono persone diverse, con ritmi di cammino e di crescita diversi, è possibile solo se si rinuncia a piacere a se stessi e ci si mette al servizio degli altri, portando l’infermità dei più deboli.
La Legendaaveva già accennato a questo lavoro di edificazione della comunità, trattando della carità dei sette verso il prossimo, di cui «cercavano prima di tutto di conoscere le necessità. Partecipavano al dolore degli altri con viscere d’amore e, secondo le proprie possibilità, aiutavano i poveri in tutti i loro bisogni, spirituali e materiali. Tutti consideravano fratelli» (LO 37; per il verbo edificare cfr anche il n. 38).
Stile di lavoro
Su questo tema della perla e del passaggio da una mercanzia materiale a un’attività spirituale la Legendapuò risentire dell’influsso di scritti francescani[34]
Tommaso da Celano, nella sua Vita prima, scrive: «[…] Francesco si impegna a conformare la sua volontà a quella divina. Si apparta un poco dal tumulto del mondo e dalla mercatura e cerca di custodire Gesù Cristo nell’intimità del cuore. Come un mercante avveduto, sottrae allo sguardo degli scettici la perla trovata, e segretamente si adopra a comprarla con la vendita di tutto il resto»[35]. Più esplicitamente san Bonaventura: «Dopo un’istruzione sommaria, venne destinato alla lucrosa attività del commercio. Assistito e protetto dall’alto […] benché vivesse tra avari mercanti e fosse intento ai guadagni, non ripose la sua speranza nel denaro e nei tesori»[36]. E più avanti: «Sottraendosi al chiasso del traffico e della gente, supplicava devotamente la clemenza divina perché […] l’amore della patria celeste gli facesse disprezzare come un nulla tutte le cose terrene. Sentiva di aver scoperto il tesoro nascosto e, da mercante saggio, si industriava di comprare la perla preziosa, che aveva trovato, a prezzo di tutti i suoi beni. Non sapeva ancora, però, in che modo realizzare ciò: un suggerimento interiore gli faceva intendere soltanto che il commercio spirituale deve iniziare dal disprezzo del mondo e che la milizia di Cristo deve iniziare dalla vittoria su se stessi»[37].
Pur accettando l’ipotesi di una dipendenza da questi testi, va riconosciuta però l’originalità con cui la Legendali ha elaborati. Il cambiamento del tipo di lavoro non è solo indice di una conversione personale, un “disprezzo del mondo”, una “vittoria su stessi”. Il senso del lavoro si approfondisce alla luce di quello che è il bene della città (civitatis utilitas): non solo lo sviluppo materiale, ma anche la crescita spirituale. E i padri lavorano per questo attraverso la testimonianza della loro unità. È la vocazione dei Servi a emergere qui con forza e a trovare nella parabola del mercante di perle l’indicazione di una possibile via per la costruzione di una nuova città. Se questo è stato il lavoro dei padri, anche per i Servi il servizio alla formazione e alla crescita della società è fondamentale. Ed essi svolgono questo servizio nello stile dei padri, facendo cioè unità, creando comunione, aiutando con la loro vita a scoprire questa perla preziosa.
Lavoro come missione
La vita di consacrazione nel mondo ha la sua fonte ispirativa nello stesso amore di Dio, il quale «ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito … perché il mondo si salvi per mezzo di Lui» (Gv 3, 16-17)
Il nostro lavoro deve essere prima di tutto segno della novità di chi è nato alla vita di Cristo attraverso il battesimo; esso è perciò irradiazione dell’amore di Cristo che elimina atteggiamenti di difesa e alcuni pregiudizi e sta vicino ai più poveri nel faticoso cammino di liberazione. Si svolge nella pace e nel distacco, perché non è il fare in sé che salva il mondo, ma la fede e l’amore con cui portiamo avanti la nostra attività.
Ogni lavoro ha una dignità immensa, derivante non dall’importanza che il mondo gli attribuisce, ma dal fatto che è vissuto come una liturgia, cioè come servizio ai fratelli e come lode a Dio, fonte di ogni dono e di ogni attività .
Come quello dei padri, il servizio nel mondo deve essere espressione della fraternità universale e della comunione operata dalla riconciliazione di Cristo. La fraternità – la perla di grande valore che impreziosisce ogni nostra attività – trasforma il nostro lavoro come mezzo di comunione e di solidarietà. Nessuno di noi lavora per se stesso o è preoccupato solo dell’efficienza e del rendimento, del guadagno e della carriera. Il lavoro per noi è una missione rivolta a rendere sempre più umano e fraterno questo mondo. Vivere il lavoro in questo modo vuol dire offrire un grande contributo alla crescita di una società in cui spesso il valore della persona umana è offuscato.

6. Comunione e condivisione

Parola per la lectio: «Beati coloro che piangono» (Mt 5, 4)
Legenda: XII, 47: la fatica dell’amore
Partiamo dalla parola per la lectio: «Beati coloro che piangono». Chi sono coloro che piangono e su che cosa piangono? Raccogliamo un po’ di materiale biblico, sulla base del termine che usa Matteo: penthein.
I motivi del pianto
Nell’Antico Testamento il verbo e il sostantivo ad esso corrispondente (penthos) si riferiscono prima di tutto al lutto per la morte di un parente. Abramo piange e fa il lamento per Sara (cfr Gen 23, 2). Giacobbe, dopo aver riconosciuto la tunica di Giuseppe macchiata di sangue, si straccia la vesti, si pone un cilicio intorno ai fianchi e piange sul figlio per molto giorni e nessuno riesce a consolarlo (cfr Gen 37, 33-35). Davide fa il lutto per Assalonne, e questo pianto su un figlio degenere, che lo aveva tradito, trasforma la giornata della vittoria in una giornata di lutto (cfr 2 Sam 19, 1-5). Cfr ancora Gen 27, 41; 35, 8; 50, 3-4.10-11; 2 Sam 14, 2; 1 Cr 7, 22; 2 Cr 35, 24.
Un pianto amaro è versato sulla persona amata, che ha deluso la fiducia e l’affetto. « Samuele piangeva per Saul, perché il Signore si era pentito di aver fatto regnare Saul su Israele» (1 Sam 15,35). «Assalonne era fuggito [per attuare i suoi piani di tradimento]… Il re fece il lutto per suo figlio per lungo tempo» (2 Sam 13, 37).
Una città desolata dalle devastazioni della guerra, ricordo doloroso di peccati e di ingiustizie commesse, getta l’animo nello sconforto. Neemia, alla notizia che i superstiti della deportazione si trovavano in grande miseria e che le mura di Gerusalemme restavano piene di brecce e con le porte ancora consumate dal fuoco, sedette e pianse e fece lutto per parecchi giorni, digiunando e pregando davanti a Dio (Ne 1, 3-4).
Per il peccato dell’uomo anche la natura è stravolta ed è in lutto e pianto. Così il profeta Gioele alza il suo lamento sulla desolazione del paese: «Piangi, come una vergine che si è cinta di sacco per il fidanzato della sua giovinezza. Sono scomparse offerta e libazione dalla casa del Signore; fanno lutto i sacerdoti, ministri del Signore. Devastata è la campagna, piange la terra, perché il grano è devastato, è venuto a mancare il vino nuovo, è esaurito il succo dell’ulivo. Affliggetevi, contadini, alzate lamenti, vignaiuoli, per il grano e per l’orzo, perché il raccolto dei campi è perduto. La vita è seccata, il fiuco inaridito, il melograno, la palma, il melo, tutti gli alberi dei campi sono secchi, è inaridita la gioia tra i figli dell’uomo» (Gl 1, 8-12). Quando manca la comunione, anche la natura diventa sterile e non dà più i doni che Dio le aveva elargito perché fossero di tutti. Cfr anche Am 1, 2; 8, 8; 9, 5; Bar 4, 9.
Fonte di pianto è anche l’ignoranza della sapienza: «Ho steso le mani verso l’alto e ho pianto per la sua ignoranza» (Sir 51, 19; cfr anche il v. 21). Lunga e faticosa è la ricerca della sapienza. «Quando ero ancora giovane – confessa il Siracide – ricercai assiduamente la sapienza nella preghiera. Davanti al santuario pregando la domandavo, e sino alla fine la ricercherò» (51, 13-14). Una ricerca che avviene nel pianto, perché ogni giorno sperimentiamo la nostra debolezza, siamo portati lontani dalla retta via, ci avvolgono le tenebre dell’egoismo e dell’ignoranza.
C’è un pianto che viene provocato dall’ascolto stesso della Parola. Qui dobbiamo rileggere la famosa pagina di Neemia 8, che descrive una lettura solenne del «libro della legge di Mosè» davanti a tutto il popolo radunato «come un solo uomo». Siamo a Gerusalemme, intorno al 444 a.C., nel settimo mese dell’anno, alla Porta delle Acque. Si alza Esdra, circondato da 13 notabili laici e da 13 leviti: «Essi leggevano nel libro della legge di Dio a brani distinti e con spiegazioni di senso e così facevano comprendere la lettura. Neemia, che era il governatore, Esdra sacerdote e scriba e i leviti che ammaestravano il popolo dissero a tutto il popolo: “Questo giorno è consacrato al Signore vostro Dio; non fate lutto e non piangete!”. Perché tutto il popolo piangeva , mentre ascoltava le parole della legge» (Ne 8, 8-9).
La gente piange perché ha scoperto il grande divario esistente tra la Parola e il suo modo di vivere. Un pianto non disperato, ma che, lavando il cuore con il pentimento, apre alla conoscenza della “gioia del Signore”: «Andate, mangiate carni grasse e bevete vini dolci e mandate porzioni a quelli che nulla hanno di preparato, perché questo giorno è consacrato al Signore nostro; non vi rattristate, perché la gioia del Signore è la vostra forza» (Ne 8, 10). Si gusta la gioia del Signore, anche nella tribolazione, quando si incomincia a mettere insieme i beni e a pensare a chi è nel bisogno.
Saper piangere con chi piange è un modo per portare conforto, è la testimonianza di una comunione frtaerna. Perciò «non evitare coloro che piangono e con gli afflitti mòstrati afflitto» (Sir 7, 34); «piangete con quelli che sono nel pianto» (Rm 12, 15). Il profeta Geremia, ricevendo da Dio l’ordine di non piangere con la gente (cfr Ger 16, 5), diventa il simbolo vivente di una società dove non esistono più amore e giustizia (cfr anche Ez 24, 17).
Saranno consolati
Nel pianto di coloro che Gesù proclama beati possiamo comprendere tutti questi motivi che abbiamo elencato: il dolore per la perdita dei propri cari; l’amarezza per amicizie tradite; la consapevolezza dei propri peccati; il pentimento umile; il tentativo di costruire con altri poveri come me rapporti di più vera comunione.
Sono beati quelli che piangono non per la loro situazione di dolore, ma perché sperimentano la vicinanza del Dio che consola. La più grande grazia che Dio può concedere è quella di accogliere la sofferenza come possibilità di una vita più intensa, che va oltre l’esperienza immediata, si apre alla fede e all’amore, scopre altri fratelli e sorelle con cui condividere i pesi dell’esistenza.
Nelle Lamentazioni ricorre la domanda angosciosa: chi ci consolerà? Gerusalemme, ridotta alla condizione di vedova e di schiava, «piange amaramente nella notte, le sue lacrime scendono sulle guance; nessuno la consola tra tutti i suoi amanti; tutti i suoi amici l’hanno tradita […] Essa è caduta in modo sorprendente e ora nessuno la consola […] Per tali cose io piango, dal mio occhio scorrono lacrime, perché lontano da me è chi consola […] Sion protende le mani, nessuno la consola […] Di fuori la spada mi priva dei figli, dentro c’è la morte. Senti come sospiro, nessuno mi consola» (1, 2.9.16.17.21). Ma la Scrittura risponde anche senza alcuna incertezza: è Dio il consolatore (cfr Is 51, 12). Qui è la fonte della gioia, anche nella tribolazione: «Giubilate, o cieli; rallegrati, o terra, gridate di gioia, o monti, perché il Signore consola il suo popolo e ha pietà dei suoi figli. Sion ha detto: “Il Signore mi ha abbandonato, il Signore mi ha dimenticato”. Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se queste donne si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai» (Is 49, 13-15).
Dio è il consolatore dei poveri, il Dio misericordioso che è sempre dalla parte di chi soffre. «Così parla l’Alto e l’Eccelso, che ha una sede eterna e il cui nome è santo: In luogo eccelso e santo io dimoro, ma sono anche con gli oppressi e gli umiliati, per ravvivare lo spirito degli umili e rianimare il cuore degli oppressi. Poiché io non voglio discutere sempre né per sempre essere adirato; altrimenti davanti a me verrebbe meno lo spirito e l’alito vitale che ho creato. Per l’iniquità dei suoi guadagni mi sono adirato, l’ho percosso, mi sono nascosto e sdegnato; eppure egli, voltandosi, se n’è ndato per le strade del suo cuore. Ho visto le sue vie, ma voglio sanarlo, guidarlo e offrirgli consolazioni» (Is 57, 15-18).
Dio consola tramite noi. «Consolate, consolate il mio popolo, dice il vostro Dio. Parlate al cuore di Gerusalemme e gridatele che è finita la sua schiavitù» (Is 40, 1-2; cfr anche 2 Cor 1, 4). Quest’invito, rivolto da Dio al profeta e a tutti noi, è l’annuncio della Pasqua, quello recato da Maria di Magdala ai discepoli che «erano in lutto e pianto» (Mc 16, 10; cfr Mt 9, 15) e quello proclamato dalla comunità con la sua vita di comunione: «Con grande forza gli apostoli rendevano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù e grazia grande era su tutti loro[38] Nessuno infatti tra loro era bisognoso, poiché quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano l’importo di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli; e poi veniva distribuito a ciascuno secondo il bisogno» (At 4, 33-34).
Nell’ultimo libro della Bibbia, l’Apocalisse, è posta davanti ai nostri occhi la visione della comunità nuova, la città santa, la nuova Gerusalemme che scende dal cielo come una sposa adorna per il suo sposo e illumina della sua luce la terra intera. Qui è «è la dimora di Dio con gli uomini. Egli dimorerà tra di loro ed essi saranno suoi popoli ed egli sarà il “Dio-con-loro”. E tergerà ogni lacrima dai loro occhi, non ci sarà più morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate» (Ap 21, 3-4).
La vera scienza
La Legenda de origine unisce la beatitudine di coloro che piangono al dono della scienza. Il capitolo 12, che chiude la sezione arcaica della LO – il primitivo racconto (metà Duecento?) della vita dei Padri su Monte Senario, poi inglobato nella più ampia redazione trecentesca – tratteggia il profilo spirituale dei sette eremiti alla luce di Isaia 11 e di Mt 5. C’è qui l’influsso di una esegesi caratteristica di sant’Agostino, che incontriamo per la prima volta nell’opera De sermone Domini in monte (Il discorso del Signore sulla montagna), scritta nel 394. A questa esegesi Agostino fece ritorno più volte nella predicazione e nelle opere dottrinali. Tramite questo originale accostamento tra Mt 5 e Is 11, egli ha inteso tracciare le tappe del cammino di perfezione cristiana, che ha inizio con il timore di Dio e l’umiltà e culmina nella sapienza e nella pace[39].
Nei padri, dice la LO, «brillava il dono della scienza: davano gemiti di dolore pensando a tutto quello di cui avevano fatto cattivo uso». Nel De sermone Domini in monte Agostino scrive: «La scienza appartiene a coloro che piangono, a coloro cioè che hanno scoperto nelle Scritture da quali mali siano stati tenuti prigionieri, mali che una volta, essendo nell’ignoranza avevano desiderato come cose buone e utili. Di essi è detto: Beati coloro che piangono»[40].
Nel De Trinitate, composto tra il 399 e il 419, sant’Agostino approfondirà i rapporti tra scienza e sapienza alla luce di Giobbe 28, 28[41]: «La pietà è la sapienza, astenersi dal male è la scienza». La sapienza riguarda la contemplazione, la scienza l’azione. «Astenersi dal male è ciò che Giobbe chiama scienza. Perché è in quanto siamo nel tempo che siamo soggetti al male, che dobbiamo evitare per giungere ai beni eterni. Perciò tutto quanto compiamo con prudenza, forza, temperanza e giustizia appartiene a quella scienza o disciplina che guida la nostra azione nell’evitare il male e nel desiderare il bene e le appartiene pure tutto ciò che, come esempio da evitare o da imitare e come conoscenza necessaria tratta da avvenimenti adatti a illuminare la nostra vita, raccogliamo attraverso la conoscenza della storia»[42].
La scienza, quindi, è intelligenza della storia: intelligenza ardua perché sempre esposta al rischiuo dell’errore e del peccato. Immersi nelle realtà terrene, infatti, possiamo finire per credere che qui si trovi tutto il senso della vita e, soprattutto, che siamo noi a dirigere gli eventi, gonfiandoci di superbia e di vanagloria. La scienza vera, quella che non gonfia (cfr 1 Cor 8, 2), si accompagna sempre alle lacrime che purificano il cuore e la mente. La perenne tentazione, cui soggiace la persona umana e che portò fuori dal paradiso – dalla comunione con Dio e le creature – Adamo ed Eva[43], è quella di usare le cose come se fossero di sua esclusiva proprietà. La Scrittura chiama «avarizia» questo movimento di pensiero che si lega alle cose non solo per goderle come se fossero un fine, ma anche per goderle da soli. E l’avarizia è appunto la radice di tutti i mali (cfr 1 Tm 6. 10).
Le lacrime che i padri versano sulla vita passata, quando fecero un uso errato delle cose, sono il segno della scienza che hanno acquisito, quella che «non rende l’uomo vanitoso, ma lo fa gemere su stesso»[44]. I padri piangono il tempo in cui ciascuno viveva per sé, fuori della comunione che dà senso alla vita. Essi ci lasciano in eredità la scienza delle realtà temporali, non godute come un bene privato, ma sempre condivise. Questa scienza i padri l’hanno attinta dal vangelo e dalla regola di sant’Agostino che del vangelo ha colto l’istanza suprema. Perciò il cuore della regola è la norma che dice: Nessuno faccia qualcosa per sé, ma tutte le vostre opere avvengano in comune (V, 2).
Il tema del pianto, anche se con sfumature diverse, ricorre ancora nel paragrafo 39 e nel 46: due paragrafi che padre Davide Montagna riteneva «tra i più importanti della letteratura ducentesca»[45]. In ambedue – di cui abbiamo già avuto occasione di parlare nella compilazione della seconda scheda (“Obbedienza della fede”) – si descrive l’attesa ardente dello Sposo, al quale i sette aprono «con la luminosità delle lacrime» (cum lacrimarum claritate). Qui le lacrime hanno una tonalità certamente diversa dal gemitus doloris del paragrafo 47, che è il ricordo di un’esperienza negativa, di un peccato contro l’amore: un ricordo doloroso e amaro che solo il pianto di pentimento può purificare. Nella luminosità delle lacrime, invece, c’è sì la pena dell’Amato percepito come lontano, ma insieme una gioia che si prova nel fondo del cuore. È la certezza della fede: l’Amato è vicino, bussa alla porta, premia finalmente l’attesa perseverante dell’amante.
Povertà per noi vuol dire comunione. La povertà non si misura dalle cose che si possiedono o no; è data dalla capacità di mettere in comune, di condividere. Per questo occupa un posto centrale l’articolo 17: Consapevole che i doni ricevuti devono essere condivisi con i fratelli, metti te stessa a disposizione delle sorelle e di tutti. La povertà interiore ti renderà attento e capace di accoglienza, di ascolto e di dialogo.
Metti te stesso: non si tratta di condividere semplicemente delle cose, ma far sì che questa condivisione esterna sia il sacramento di una unità più profonda, in cui la persona dona tutta se stessa a Dio e agli altri. Senza questa spogliazione personale non ci può essere vera condivisione.
Da questa comunione-spogliazione scaturiscono alcuni atteggiamenti spirituali: la gratitudine, la gioia, la semplicità, la lode.
La gratitudine è per i doni che Dio ci elargisce. Tutto riceviamo da lui. Egli ci ha chiamati e continua a farlo, nonostante i nostri errori, le nostre cadute, i nostri tradimenti.
La gioia è la conseguenza di una comunione perfetta, per cui sento sinceramente che i doni degli altri sono anche i miei. Questa gioia ci libera da invidie, gelosie, risentimenti, rivendicazioni.
Più difficile, forse, è capire che cosa significhi essere pronti ad assumere con semplicità le varie situazioni della vita». Credo che qui possiamo scorgervi l’invito ad adattarci sempre, appunto perché poveri, alle esigenze nuove che la vita ci presenta, ad accogliere con coraggio i momenti di difficoltà, a non chiuderci mai nei nostri problemi, a mantenere sempre quella trasparenza della comunione che non si vergogna di chiedere aiuto quando è necessario e di darlo sempre con generosità. Possiamo fare un richiamo al paragrafo 46 della Legenda, dove si dice che la gente era attratta soprattutto dalla semplicità dei padri. Vedeva infatti che «essi non coprivano il cuore di inganni, come fanno le persone doppie, né avvolgevano il pensiero nei veli delle parole, non facevano passare per falso ciò che era vero e non rivestivano il falso dell’apparenza della verità. Li vedevano come persone autenticamente semplici che nulla facevano per ostentazione, ma manifestavano apertamente il pensiero con le loro parole, amavano le cose nella loro verità, evitavano il falso, offrivano gratuitamente i propri beni, preferivano subire il male piuttosto che farlo, non cercavano di vendicarsi delle offese ricevute, bensì consideravano un guadagno il soffrire ingiuria (cfr At 5, 41) per la verità». È la semplicità del povero, che non ha nulla da trattenere per sé.
La lode al Signore, infine, sgorga da quello stesso sentimento di povertà che ha ispirato il Magnificat. Nonostante la nostra miseria, Dio può compiere in noi grandi cose. La nostra povertà è sacramento della grazia di Dio.

7. Povertà

Parola per la lectio: «Imparate da me che sono mite e umile di cuore» (Mt 11, 29)
Legenda: IV, 23: la comunione dei poveri
La parola evangelica, che guida la nostra lectio, si trova citata al capitolo IV, paragrafo 23, della Legenda de origine, dove si tenta di dare una risposta alla questione relativa all’assenza di miracoli nella vita dei primi padri e anche dopo la loro morte[46].
Il paragrafo 22, sottolinea l’altissimo grado di perfezione e di santità raggiunto dai nostri padri prima ancora di intraprendere la vita comune. Ed è proprio per questa santità, tanto preziosa agli occhi di Nostra Signora, che ella volle iniziare da loro l’Ordine dei suoi servi. Ritorna, nuovamente applicata ai sette padri, l’immagine delle stelle Pleiadi, già proposta al paragrafo 15[47], e ora meglio specificata. Le Pleiadi appartengono al segno del Toro nel quale il sole entra il 15 aprile, e sorgono perciò in primavera. La stagione dei padri coincide con quella primavera che ha vivificato il mondo con i tepori della santità di Francesco e Domenico. Al momento della nascita di san Filippo, nel 1233[48], i Sette erano già divenuti così perfetti da poter fare da guida ad altri, con la luce della parola e l’esempio dell’umiltà. Segno della loro maturazione evangelica è precisamente il fatto che la Nostra Signora ha voluto dare prinicipio all’Ordine suo per mezzo loro.
Una dimenticanza significativa
Come mai, allora, nonostante questa grande perfezione, noi non abbiamo notizie relative a miracoli operati dai padri? L’autore della Legenda adduce tre motivi.
Prima di tutto la lontananza, nel tempo, dei fatti avvenuti. Gli “antiqui” dell’Ordine, cioè i frati della prima generazione, a parte fra Alessio[49], sono tutti morti; perciò, se miracoli sono avvenuti, non c’è più nessuno che possa narrarli.
Poi è riportata una motivazione più seria, tratta dal vangelo stesso, secondo un’indicazione che il nostro autore leggeva in un discorso di sant’Agostino: «Prendete su di me il mio giogo e imparate da me; non a fabbricare il mondo, non a creare tutte le cose visibili e invisibili, non a compiere miracoli nel mondo e risuscitare i morti, ma che io sono mite e umile di cuore. Vuoi essere alto? Comincia dal più basso. Se pensi di costruire l’edificio alto della santità, prepara prima il fondamento dell’umiltà. Quanto più grande è la mole dell’edificio che uno desidera e progetta d’innalzare, quanto più alto sarà l’edificio, tanto più profonde scaverà le fondamenta. Mentre l’edificio viene costruito, s’innalza bensì verso il cielo, ma colui che scava le fondamenta scende nella parte più bassa. Dunque anche una costruzione prima d’innalzarsi si abbassa e il coronamento non è posto se non dopo l’abbassamento»[50].
Sulla scia di questa riflessione agostiniana, l’autore della Legenda afferma che «il fare miracoli non è un segno inequivocabile e privilegiato di perfezione e di spirito religioso. Altrimenti non potrebbe dirsi perfetto e vero religioso colui per mezzo del quale Dio non avesse mai operato miracoli: il che è senza dubbio falso. Amare invece Dio sopra tutte le cose, praticare la carità verso tutti, essere umili di cuore, questo è l’attributo dei veri e perfetti religiosi. Nostro Signore non ha detto: imparate da me a risuscitare i morti o a dare la luce ai ciechi, ma: Imparate da me che sono mite e umile di cuore (Mt 11, 29); e ancora: Vi ho dato l’esempio che vi amiate gli uni gli altri come io vi ho amato (Gv 13, 15.34)»[51].
La via della salvezza
Il capitolo 11 di Mt si apre con la domanda di Giovanni Battista: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo attenderne un altro?» (11, 3). La risposta di Gesù delinea chiaramente l’identità di un Messia la cui venuta ha superato ogni aspettativa: «I ciechi ricuperano la vista, gli storpi camminano, i lebbrosi sono guariti, i sordi riacquistano l’udito, i morti risuscitano, ai poveri è predicata la buona novella, e beato colui che non si scandalizza di me» (11, 5-6).
Gesù è il Messia povero e umile, secondo la profezia di Zaccaria 9, 9, citata in Mt 21, 5: «Dite alla figlia di Sion: Ecco, il tuo re viene e a te, mite, seduto su un’asina». È il servo che non contende e non grida, non spezza la canna infranta e non spegne il lucignolo fumigante (cfr Is 42, 1-4, citato da Mt 12,18-23); guarisce, invece, non con miracoli strabilianti, ma prendendo su di sé le nostre infermità, addossandosi le nostre malattie (cfr Mt 8, 17). Gesù è il “più piccolo nel regno dei cieli” (Mt 11, 11), che salva non con gesti di potenza, ma facendosi amico di pubblicani e peccatori, e svelando in questa maniera la sapienza misteriosa di Dio (Mt 11, 19): la sapienza delle beatitudini che si incarna nella vita di Gesù.
Gesù ci salva facendosi povero. E’ questa una verità semplice, ma fondamentale, e giustamente occupa un posto centrale nella spiritualità dell’Ordine. Il testo legislativo pià antico dei Servi, le cosiddette Constitutiones antiquae[52], hanno una sola citazione biblica esplicita ed è Mt 11, 29, ricordato a proposito dei novizi, ai quali il maestro deve insegnare «ad avere l’umiltà del cuore e del corpo secondo il detto: Imparate da me che sono mite e umile di cuore»[53]. Quindi il modello di Gesù «mite e umile di cuore» è alla base della formazione di un servo o di una serva di Maria; e il titolo di “servo” che noi portiamo è un ricordo continuo della nostra radicale povertà, che, una volta riconosciuta e accettata, diventa radice di comunione.Il servo, infatti, non fa nulla a titolo personale; il servizio esclude ogni protagonismo, ogni desiderio di emergere, di avere successo. Come Gesù, il servo non compiace se stesso, ma è al servizio del prossimo (cfr Rm 15, 2-3). L’assenza di ogni ricordo di miracoli nella vita dei padri vuole dunque esprimere la povertà di questi primi servi che da Gesù hanno appreso che solo l’incontro tra poveri, che si accettano e si aiutano, rende possibile la nascita di un mondo più fraterno.
L’altro brano citato dalla Legenda a sostegno della tesi che il fare miracoli non è affatto indice di santità, è Gv 13, 15.34: Vi ho dato l’esempio … che vi amiate gli uni gli altri come io vi ho amato. Con la lavanda dei piedi Giovanni esprime la stessa realtà indicata da Matteo con l’affermazione di Gesù mite e umile di cuore. Come nei sinottici, Gesù in questa cena di congedo lascia ai suoi discepoli un testamento spirituale: il comandamento dell’amore e la promessa dello Spirito, cioè di una presenza diversa, e sempre reale, di Gesù in mezzo ai suoi. Gesù è ora presente attraverso la comunione d’amore dei discepoli. Il gesto umile della lavanda dei piedi dice come questa comunione deve realizzarsi. Esso non comporta semplicemente un impegno etico, ma è anche un sacramento, in quanto esprime l’unica via per divenire partecipi della salvezza. Gesù, infatti, ammonisce Pietro, che si ritrae quasi spaventato da questo gesto del Maestro: «Se non ti laverò, non avrai parte con me» (Gv 13, 8). È un invito a non escludersi dal dono che è Gesù stesso: un dono che si accoglie e diventa salvezza solo ripetendo il gesto della lavanda dei piedi, in cui Gesù ha significato la sua dedizione e il suo amore «fino alla fine». Anche in Gv 13, quindi, emerge la verità, che, cioè, solo incontrandosi in una dimensione di povertà e di servizio è possibile la comunione.
Il miracolo dell’amore
Ancora nel paragrafo 23 sono citati altri passi del vangelo di Matteo per dimostrare che i miracoli non sono di per sé segni di perfezione. «Quando nel giorno del giudizio, per dimostrare la propria perfezione e religiosità, molti esibiranno la prova dei miracoli dicendo: Signore, nel tuo nome abbiamo cacciato i demoni, abbiamo risuscitato i morti (Mt 7,22), ecc., si sentiranno rispondere da Cristo, a dimostrazione che il far miracoli è un segno fallace di perfezione e di religiosità: In verità vi dico, non vi conosco (Mt 25, 12); allontanatevi da me, voi tutti operatori di iniquità (Mt 7, 23). Non ascolterebbero certo questa terribile parola se il far miracoli fosse segno evidente di perfezione e di religiosità».
Sono gli “operatori di inquità” quelli che Gesù respinge. Iniquità è un termine che nei vangeli ricorre soltanto in Matteo (7, 23; 13, 41; 23, 28; 24, 12); il greco dice anomìa, cioè assenza della legge, quella legge che Gesù è venuto non ad abolire ma a portare a compimento (Mt 5, 17), e che si compendia nel comandamento dell’amore verso Dio e verso il prossimo (Mt 22, 40). In Mt 24, 12 l’anomia è unita significativamente all’agape, l’amore: negli ultimi tempi «per il dilagare dell’iniquità, l’amore di molti si raffredderà». L’iniquità è la trasgressione o l’assenza della legge che ha al suo centro il comandamento dell’amore. Senza l’amore anche i miracoli sono privi di senso (cfr 1 Cor 13, 1-3). In questa linea possiamo capire quello che Gesù ha voluto dire, ordinando ai suoi discepoli inviati in missione: «Guarite gli infermi, risuscitate i morti, sanate i lebbrosi, cacciate i demoni» (Mt 10, 8). Questi miracoli devono avvalorare la predicazione del regno dei cieli ormai vicino, secondo l’esempio di Gesù che non solo insegna, ma anche guarisce. «E andava in giro per tutta la Galilea insegnando nelle loro sinagoghe e predicando il vangelo del regno e guarendo ogni malattia e ogni infermità tra il popolo» (Mt 4, 23; cfr 9, 35). La parola di Gesù è una potente forza di guarigione perché Gesù non insegna semplicemente, ma è il servo che «ha preso le nostre infermità e si è addossato le nostre malattie» (Mt 8, 17). Questi miracoli di guarigione possiamo compierli anche noi; sono i miracoli dell’amore che si carica della sofferenza altrui.
Povertà e discernimento
Il paragrafo 24 della Legenda de origine porta ancora un terzo motivo della presunta assenza di miracoli nella vita e dopo la morte dei padri, un motivo questa volta tratto dalla storia stessa delle origini. Secondo l’autore «la Nostra Signora ha voluto che nessun gran santo, operatore di autentici miracoli, fosse l’iniziatore del suo Ordine, per mostrare che solo lei è la fondatrice dell’Ordine consacrato in modo speciale al suo nome». La fondazione dell’Ordine non può essere attribuita né al gruppo dei primi sette frati né a uno di loro in particolare, come spesso fra Alessio ripeteva: «Mai fu intenzione mia e dei miei compagni fondare un nuovo Ordine e che dalla comunione reciproca tra me e i miei compagni dovesase germogliare una così grande folla di frati. I miei compagni ed io pensavamo soltanto che fosse stato Dio a ispirarci a vivere insieme per poter fare più facilmente e degnamente la sua volontà, dopo aver abbandonato materialmente il mondo»[54].
Poi, però, nel corso della loro esperienza comunitaria a Monte Senario, i sette comprendono sempre meglio questa volontà di Dio che essi vogliono attuare. Molta gente saliva sul monte e chiedeva di essere accolta nella loro comunità. Allora i padri «cominciarono a pensare che l’essersi riuniti insieme, per l’iniziativa tacita della Nostra Signora, e l’essere stati sospinti per ispirazione divina a porre la loro dimora su un monte adatto alla loro vita penitenziale, non fosse solo per raggiungere la santità e conservarla, ma anche per unire a sé altre persone desiderose di intraprendere un analogo cammino di santità e accrescere così il nuovo Ordine che per mezzo loro la Nostra Signora aveva iniziato»[55]. Essi lasciano, con dolore e fatica, la pinguedo contemplationis[56] – la pienezza e l’abbondanza della contemplazione – per intraprendere questo nuovo cammino comunitario, che non era nei loro programmi ma fa parte di un preciso disegno di Dio. Come la povertà li aveva resi capaci di incontrarsi tra di loro, in una comunità dove Gesù, maestro mite e umile di cuore, insegnava loro ad accogliersi e servirsi, così ancora questa stessa povertà li portava a riconoscere negli eventi la volontà di Dio e a obbedirvi, proprio come poveri che nulla hanno di proprio.
Cammino di liberazione
Il nostro modo di vivere nel mondo[57] significa anche andare incontro agli altri con semplicità, disponibilità e , per fare questo, sono necessarie due condizioni fondamentali: l’amore di Cristo e la libertà da atteggiamenti di difesa e da pregiudizi. L’amore di Cristo, fonte ispirativa di ogni nostra azione, non è tanto quello nostro per Cristo, quanto l’amore che Cristo ha per noi e per il mondo intero. Dobbiamo amare il mondo come Cristo stesso lo ama. Nella preghiera di Ef 3, 14-21, che è stata assunta come conclusione della nostra Regola, chiediamo al Padre che ci doni di sperimentare «la carità di Cristo che sorpassa ogni conoscenza».
Solo questa carità di Cristo ci libera e ci permette di avere una predilezione verso i più poveri per essere con loro nel faticoso cammino di liberazione. Essere consapevole di crescere nella libertà evangelica nella misura in cui ci si spoglia di se stessi per rivestirsi di Cristo. In tale libertà si ricercherà, di volta in volta, la soluzione ai problemi che si presenteranno, con spirito di obbedienza e nell’assunzione piena delle proprie responsabilità. Diventare poveri per incontrare altri poveri e camminare insieme in mitezza e umiltà di cuore, perdonando, sostenendo, incoraggiando; e liberarsi da ogni attaccamento che ci impedisce di scorgere la volontà di Dio e di servirla come l’unica, vera ricchezza della nostra vita.
Accettare serenamente le comuni limitatezze, a trovare il coraggio e il sostegno per superare le inevitabili difficoltà per accogliere Cristo e comunicarlo agli altri: facendo nostra la volontà del Padre, realizzeremo l’unione con lui e cammineremo verso la piena libertà.
Tutta la nostra vita consiste nel travaglio di una spogliazione mai pienamente realizzata. Questo travaglio fa parte della nostra storia con Dio che, appunto perché conosce la nostra miseria, non cessa di chiamarci ogni giorno e di attendersi da noi una cosciente e libera risposta di amore. Il miracolo di questa risposta si opera proprio nella consapevolezza della nostra immensa povertà e nell’assunzione misericordiosa della povertà altrui.

8. Amicizia

Parola per la lectio: «Li traevo con legami di bontà, con vincoli d’amore» (Os 11, 4)
Legenda: VI, 29: sigillo di perfezione
Quest’ultima scheda ha come parola ispiratrice la prima parte del versetto 4 del capitolo 11 di Osea, di cui la Legenda de origine richiama soltanto due parole, per esprimere in maniera sintetica l’esperienza di amicizia che ha originato e accompagnato l’itinerario spirituale e religioso dei Sette.
Il grembo di Dio
Il capitolo 11 di Osea è fondamentale per comprendere il concetto che il profeta ha dell’amore di Dio. Nel capitolo 2 quest’amore era stato considerato sotto l’immagine dell’amore sponsale: un amore appassionato e tradito, ma che nonostante tutto si mantiene fedele al desiderio di donare la propria esistenza alla persona amata. Il capitolo 11 parla dell’amore di Dio sotto un’altra angolatura, quella dell’amore di una madre per il proprio bambino. Questi diversi modi vogliono far capire come nessuna concezione umana riesca a definire la realtà di Dio e a esaurirne l’infinita ricchezza.
In Os 11, 1-7 viene descritta la cura di Dio nei confronti del bambino Israele tramite gesti e azioni che solitamente una madre compie verso il proprio figlio[58]. Infatti Dio insegna a Israele a camminare tenendolo per mano, e compie quella che è una funzione materna principale, cioè dar da mangiare al proprio piccolo.
Il v. 4 si carica di un’altra immagine e risulta complicato da alcune difficoltà letterarie. Secondo la traduzione CEI, Dio era per Israele «come chi solleva un bimbo alla sua guancia». È una traduzione congetturale, perché il testo ebraico, come avverte la nota della Bibbia di Gerusalemme, ha non “guancia”, ma “giogo”, un termine che è sembrato fuori contesto: «ero per loro come chi leva il giogo dal collo». Noi preferiamo non correggere il testo ebraico, ma conservarlo così com’è, perché introduce un’idea importantissima: ama veramente colui che aiuta gli altri a crescere nella libertà. Dio toglie il giogo dai suoi figli, cioè il suo amore li libera. Non solo insegna a camminare, dà da mangiare, ma dona il bene più prezioso della vita, la libertà. L’immagine del giogo ci porta al mondo animale, cui fa allusione la prima parte del versetto: li traevi con legami di bontà, cioè non con corde con cui si tirano i buoi attaccandoli al carro (cfr Is 5, 18). I legami di Dio sono solo legami d’amore. Il testo ebraico dice: con legami di uomo[59]. L’umanità autentica è data dall’amore. In un certo senso Dio si comporta umanamente volgendosi con amore verso Israele. La “umanità” di Dio sta in questo modo materno di amare Israele.
Una certa attenzione merita anche il verbo “trarre”; esso ci porta al Cantico 1,4, dove la sposa dice: «Attirami dietro a te», quindi ancora all’amore sponsale del capitolo 2 di Osea. Come si vede, le immagini si sovrappongono l’una all’altra. “Attirami”, dice la sposa che attende la grazia dell’amore. Gesù, parlando del Padre e di se stesso, dirà: «Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato» (Gv 6, 44); «Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me» (Gv 12, 32).
Nonostante queste cure amorose di Dio, Israele si allontana volgendosi ai “Baal”; in questo modo egli provoca la sua rovina. Di fronte a questa situazione nel cuore materno di Dio si svolge un dramma, descritto nei versetti 8-9. «Il mio cuore si rivolta contro di me e divampa il mio rimorso. Non darò sfogo all’ardore della mia ira» (11, 8). In Dio si fronteggiano due sentimenti: l’ira e il rimorso. Antiche traduzioni leggono al posto di “rimorso” compassione, che equivale all’espressione “grembo materno”. L’ira, quindi, sarebbe il contrario di un atteggiamento materno di comprensione e di perdono. Una rappresentazione drammatica di questo atteggiamento divino si ha nell’incontro tra Giuseppe e i suoi fratelli, una vicenda dove l’amore vince sul risentimento e sull’ira. Il particolare del grembo materno risalta nel momento in cui Giuseppe vede il fratello più giovane, Beniamino: «Giuseppe uscì in fretta, perché si era commosso nell’intimo[60] alla presenza di suo fratello e sentiva il bisogno di piangere; entrò nella sua camera e pianse» (Gen 43, 30). Lo ritroviamo nella parabola del figlio minore, il cui ritorno suscita commozione nelle viscere paterne (Lc 15, 20: «il padre lo vide e commosso [il verbo contiene il termine “viscere”] gli corse incontro»). Anche Gesù sente le sue viscere commuoversi di fronte alle folle, che gli appaiono come pecore senza pastore, bisognose di tutto; e a loro, come una madre che si preoccupa di nutrire il proprio figlio, dà il cibo materiale e quello spirituale della sua parola.
Dio decide di soffocare l’ira e di dare libero spazio al sentimento materno. «Non darò sfogo all’ardore della mia ira, non tornerò a distruggere Efraim, perché sono Dio e non uomo; sono il Santo in mezzo a te e non verrò nella mia ira» (11, 9). Qui “uomo” (ebraico ’ish) non va preso, probabilmente, nel senso generico di genere umano, – per dire umanità, abbiamo visto, Osea usa il termine “adam” – ma nel senso proprio di essere maschile (cfr Gen 2, 23), colui che nella società di allora esercitava il potere nella famiglia, nella politica, nella giustizia, e andava in guerra. Dio, però, non è un ’ish, cioè uno in cui prevalgono la prepotenza, l’ira e la violenza nel punire, ma è il Santo la cui azione non è mai distruttiva, ma sempre protegge, nutre, incoraggia.
Dicendo che è la madre, con la sua compassione, ad avere la meglio sul marito, non si intende fare il discorso romanticodella femminilità come simbolo di dolcezza e di pietà. Il profeta Osea ci vuol dire che la salvezza non viene dal potere, dal dominio, dalla violenza, ma dalla compassione, cioè dalla partecipazione alle situazioni intricate e dolorose in cui una persona può trovarsi. Il simbolo di Dio-madre impedisce di fondare su Dio un discorso che giustifichi la violenza e il prepotere, e ci invita a trovare ogni giorno nuove strade di solidarietà, di partecipazione e di giustizia.
In questa profezia di Osea vediamo come prefigurata la discesa del Figlio di Dio nell’impotenza della croce: la povertà dell’amore che è solo dono. Dio soffre con noi, anche se rimane sempre l’Altro, il Santo. Osea ha già cominciato a tracciare le linee di una “teologia della croce”.
Sigillo di perfezione
Dopo la digressione sulla vita e la morte di fra Alessio (cap. V, nn. 26-28) la LO riprende il tema della perfezione che i padri hanno già acquisito prima ancora di andare a vivere insieme. Il capitolo VI descrive una sorta di tirocinio che i sette attuano nel mondo prima di ritirarsi a vita comune in «una piccola casa nell’angolo del cimitero dei frati Minori, situato a destra della chiesa dei frati e in cima alla loro piazza»[61]. Questa preparazione avviene attraverso una vita penitente, caratterizzata da una “conversione” personale e un impegno di povertà collettiva. Inoltre «chi tra loro era unito in matrimonio, se ne sciolse con il consenso della moglie e secondo le disposizioni del diritto, lasciando che anche la moglie, qualora lo volesse, si consacrasse al servizio divino»[62].
Tutto questo avviene nel clima di un’amicizia profonda che è come il sigillo della perfezione dei Sette. «Essi non si conoscevano tra di loro, perché risiedevano in zone diverse della città. In seguito, però, dapprima uno con un altro e poi tutti e sette insieme, si trovarono uniti interiormente da una profonda amicizia, da vincoli di amore»[63]. La citazione di Osea 11, 4 – l’unica citazione biblica esplicita del capitolo sesto -, serve, quindi, a connotare la profonda (perfecta dice il latino) amicizia che legava tra loro i sette padri. «Era giusto che l’amicizia stringesse interiormente con i suoi vincoli d’amore quelli che già una consuetudine di perfezione e di santità aveva reso simili tra di loro e che di lì a poco la Nostra Signora avrebbe anche uniti nella vita comune per fondare il nostro Ordine»[64].
Amicizia è sempre coniugata con carità: si tratta di una amicitia caritatis, un’amicizia cioè non appartenente all’ordine naturale dei sentimenti, ma ispirata a quella caritas che è l’amore gratuito di Cristo. Infatti il paragrafo 29 si chiude con il richiamo a Cristo, «per amore del quale erano vicendevolmente legati da tale amicizia».
Quest’amicizia di carità, dice ancora il paragrafo 29, riceve una duplice conferma, prima di tutto dal «perfetto accordo nel valutare, alla luce del volere di Dio, le cose divine e umane», poi dalla sofferenza provocata dallo stare lontani gli uni dagli altri: «la separazione perfino di un’ora sola era da loro sofferta con grande disagio». Qui cogliamo l’eco dello stesso desiderio di Paolo che più volte nel suo epistolario esprime l’ansia di rivedere i fratelli, perché stando insieme a loro si sente rafforzato nella fede. Così nella prima lettera ai Tessalonicesi, scrive: «Quanto a noi, fratelli, dopo poco tempo che eravamo separati da voi, di persona ma non col cuore, eravamo nell’impazienza di rivedere il vostro volto, tanto il nostro desiderio era vivo» (2, 17); «noi con viva insistenza, notte e giorno, chiediamo di poter vedere il vostro volto e completare ciò che ancora manca alla vostra fede» (3, 10). Poi ai romani, che ancora non conosce, ma con i quali avverte il bisogno di scambiare i doni ricevuti, confida: «Chiedo sempre nelle mie preghiere che per volontà di Dio mi si apra una strada per venire fino a voi. Ho infatti un vivo desiderio di vedervi per comunicarvi qualche dono spirituale perché ne siate fortificati, o meglio, per rinfrancarmi con voi e tra voi mediante la fede che abbiamo in comune, voi e io» (Rm 1, 11-12).
In questa insofferenza di una separazione anche di un’ora soltanto dobbiamo vedervi la volontà di crescere insieme, di non cedere mai alla tentazione di fare da soli perché forse si potrebbe far meglio e più in fretta, di accettare con pazienza i ritmi di ciascuno. Qui si esprime l’assoluta fiducia nel valore della vita comune, che per la Legendaha il suo punto di partenza proprio dall’amicizia. L’amicizia, infatti, ha aiutato i padri a restare fedeli al loro proposito di vita penitente, ma anche ha fatto «sorgere in loro l’idea di vivere insieme, in una unità non solo spirituale ma anche di vita concreta, in modo da sostenersi reciprocamente con i buoni esempi, le parole e le opere»[65].
L’influsso della concezione religiosa agostiniana è qui quanto mai evidente. Per sant’Agostino, che ha iniziato a vivere l’esperienza religiosa insieme a un gruppo di amici[66], è inconcepibile la ricerca della verità senza la comunione: senza l’amicizia non può esistere una ricerca religiosa, anzi neanche una vita umana. In una lettera a san Girolamo egli esprime l’importanza suprema di questo valore: «Ti confesso che trovo quanto mai naturale abbandonarmi all’affetto [degli amici], soprattutto quando sono oppresso dagli scandali del mondo: nel loro cuore trovo riposo, scevro di preoccupazione, essendo persuasi che in esso c’è Dio e in Lui mi abbandono sicuro e, sicuro, mi riposo. In questa mia sicurezza, non temo affatto l’incertezza del domani, propria dell’umana fragilità. {…] Quando infatti mi accorgo che un tale è infiammato di amore cristiano, grazie al quale è diventato mio amico fedele, qualunque progetto o pensiero io gli affidi, non l’affido a una persona umana, ma a Colui nel quale egli rimane e per cui è quello che è. Dio è, infatti, amore e chi rimane nell’amore rimane in Dio e Dio in lui» (Lettera 73, 10).
L’amicizia immette nelle nostre relazioni quell’apertura, quella confidenza, quella libertà e quella carica affettiva senza le quali la vita comune diventa fredda: una vita che dice poco.
La Legendaricorda anche l’amicizia che i sette ebbero con san Pietro da Verona, giunto a Firenze nel 1244 per predicare contro l’eresia. I padri erano assidui frequentatori della sua predicazione e, ascoltandolo, «incominciarono ad amarlo intensamente per quel fervore dello Spirito Santo che vedevano in lui. Vollero perciò conoscerlo e strinsero con lui un’amicizia profonda (coralis, dice il latino, cioè un’amicizia che sgorga dal cuore e unisce i cuori), fino a prenderlo come speciale padre e signore e unico consigliere nel loro cammino verso la salvezza»[67]. Qui è interessante l’accenno alla conoscenza[68] che porta all’amicizia. Molte volte manca in noi il desiderio di conoscere veramente l’altro, oltre le sue parole e i suoi modi di fare; se alimentassimo in noi questo desiderio, più facilmente si aprirebbe la porta dell’amicizia. L’amico, infine, è diventato per i padri guida e maestro spirituale. Una comunità di amici svolge autorevolmente un ruolo di direzione spirituale, in base all’affetto e alla conoscenza che li legano insieme.
Dono di Dio
Nel mondo dobbiamo vivere con quella simpatia e partecipazione che solo l’amicizia può dare. La nostra vocazione esige quest’amore pieno e cordiale del mondo, con tutti i suoi problemi.
L’amicizia è un dono di Dio; è l’amicizia di carità, di cui parla la Legenda. Sgorga dalla fede in Cristo e porta a vedere in tutti la presenza di Cristo. Ci arricchisce vicendevolmente, perché ci rende più umani, capaci di cogliere le dimensioni più profonde della vita e delle persone. È un’amicizia che vive non solo all’interno del gruppo, ma si dilata all’esterno, diventa mezzo per partecipare anche agli altri, con naturalezza, la verità che ha dato senso e gioia alla nostra vita.
La nostra Famiglia deve essere amata con fedeltà nelle ore liete e in quelle tristi» – l’amore fedele dell’amicizia -, apportandovi «un contributo di amore», prima di ogni altra cosa. Il comandamento dell’amore, come distintivo dell’esperienza cristiana (cfr Gv 13, 35), ci unisce in una sola famiglia, ci porta a vivere con semplicità e profondità i nostri rapporti.
In conformità all’annuncio evangelico di Mt 25, 31-46, l’amore si concretizza nell’accoglienza e nell’ospitalità soprattutto verso chi è provato dalla sofferenza. L’amicizia si verifica nell’ora del bisogno.
Anche l’autorità deve essere esercitata in un clima di amicizia, cioè in atteggiamento di amore, di attento ascolto e di aiuto verso le altri.

 


[1] Cfr Fonti storico-spirituali dei Servi di santa Maria, I, p. 191.

[2] Cfr Fonti storico-spirituali dei Servi di santa Maria, I, p. 215-216.

[3] Cfr Fonti storico-spirituali dei Servi di santa Maria, I, p. 216.

[4] Cfr Fonti storico-spirituali dei Servi di santa Maria, II, p. 46, n. 75.

[5] Cfr F:A: DAL PINO, I Frati Servi di S. Maria dalle origini all’approvazione (1233 ca.-1304), I, Storiografia – Fonti – Storia, Louvain 1972, p. 287-288.

[6] Cfr F:A: DAL PINO, I Frati Servi di S. Maria dalle origini all’approvazione, p. 290.

[7] La nuova traduzione CEI (che entrerà in vigore fra un paio d’anni) porta “cittadinanza”, avvicinandosi così maggiormente al termine greco, polìteyma, che vuol dire la partecipazione alla vita della città, il modo di comportarsi come cittadino.

[8] Cfr anche 2 Tm 4, 6

[9] Cfr Fonti storico-spirituali dei Servi di santa Maria, I, p. 214.

[10] Cfr Fonti storico-spirituali dei Servi di santa Maria, I, p. 228: «Si recavano nell chiese e in luoghi raccolti e solitari, dove potersi dedicare più liberamente alla contemplazione».

[11] Cfr il primo contributo Primato di Dio, nel numero precedente del FIF.

[12] Cfr Legenda de origine, n. 31 (Fonti storico-spirituali dei Servi di santa Maria,I, p. 229).

[13] Si può vedere, ad esempio, quello che dice s. Agostino nell’opera La dottrina cristiana 1, 22-41 (in Opere di sant’Agostino, VIII, Roma 1992, p. 32-55).

[14] Cfr Cfr Legenda de origine, n. 21 (Fonti storico-spirituali dei Servi di santa Maria,I, p. 215-216).

[15] Cfr Fonti storico-spirituali dei Servi di santa Maria, I, p.212-214.

[16] Nelle citazioni scritturistiche la Legenda de origine segue in genere la recensione della Volgata fatta dall’università di Parigi. In epoca medievale si erano moltiplicate le copie della Volgata e le varianti fra di esse. L’università parigina tentò di ricostruire il testo originale, accompagnato dagli elenchi di tutte le correzioni apportate. Tale edizione si impose e sarà adottata in seguito da molte Bibbia a stampa, a cominciare dalla prima, la famosa Bibbia di Gutemberg del 1452-1455.

[17] I masoreti (= gli uomini della tradizione), che a cominciare dal II secolo d.C. fissarono e trasmisero il testo sacro in forma ufficiale e normativa per tutte le comunità ebraiche, hanno talora avvertito la necessità, per ragioni che a noi sfuggono, di apportarvi alcune correzioni. Poiché la parola scritta (ketib) non poteva subire modifiche, essi hanno contrassegnato con un cerchietto (º) il termine che intendevano cambiare, riscrivendolo in margine come doveva essere letto (qerê).

[18] D.M. MONTAGNA, Echi di esperienza monastica a Monte Senario nel Duecento, in “Studi Storici OSM” , 29 (1979) p. 239.

[19] Fonti storico-spirituali dei Servi di santa Maria, I, p. 235.

[20] Cfr Fonti storico-spirituali dei Servi di santa Maria, I, p. 235-241.

[21] LO 40: Fonti storico-spirituali dei Servi di santa Maria, I, p. 236.

[22] LO 41: Fonti storico-spirituali dei Servi di santa Maria, I, p. 237-238.

[23] En. In Ps 83, 10, in SANT’AGOSTINO, Esposizioni sui salmi, II, Città Nuova, Roma 1970, p. 1195-1197 (Nuova Biblioteca Agostiniana, Opere di Sant’Agostino, vol. XXVI)

[24] Con il nome di haftarà si intende un passo tratto dai libri dei Profeti che si legge dopo quello del Pentateuco la mattina dei sabati e nei giorni di festa solenne. Cfr. Lc 4, 16 ss., dove abbiamo un esempio di lettura sinagogale di sabato. Alla lettura della torah segue la haftarà che in questo caso è Is 61.

[25] Cfr Fonti storico-spirituali dei Servi di santa Maria, I, p. 239-241.

[26] Miqra’ in ebraico, che vuol dire lettura, convocazione, celebrazione festiva.

[27] Apparso in Sole 24 Ore – Domenica, del 29.12.2002, p. 27

[28] U. VANNI, Corinzi (II lettera ai), “Nuovo Dizionario di Teologia Biblica”, Paoline, Cinisello Balsamo 1988, p. 304.

[29] Cfr un dizionario biblico, come ad esempio V. Fusco, Parabola/Parabole, “Nuovo Dizionario di Teologia Biblica”, a cura di P. Rossano, G. Ravasi, A. Girlanda, ed. Paoline, Cinisello Balsamo 1988, p. 1081-1097.

[30] «Le stelle Pleiadi sono sette e appartengono alla costellazione del Toro, nel cui segno il sole entra il 15 aprile,. Esse perciò cominciano a sorgere solo nella stagione primaverile, quando il sole, con i suoi raggi più caldi, dischiude la terra e la dispone all’aratura, fa crescere le piante e le copre di fiori» (LO 22). Il brano scritturistico è Gb 38, 31 letto secondo il commento di Gregorio Magno (Moralia sive Expositio in Iob, l. XXIX, cap. XXXI), il quale precisa il numero sette delle Pleiadi – precisazione che il testo biblico non ha – e accosta anche alle sette stelle i sette doni dello Spirito Santo

[31] Fonti storico-spirituali dei Servi di santa Maria, I, p. 191.

[32] Fonti storico-spirituali dei Servi di santa Maria, I, p. 209-210.

[33] È interessante notare che a questa stessa convinzione giunge il giovane Francesco da Siena, quando comprende che il comando “evita gli uomini”, che egli aveva ascoltato in una predica del beato Ambrogio Sansedoni, domenicano senese, e che gli aveva suscitato il desiderio di una vita solitaria, non voleva dire la rottura di ogni relazione con le persone, ma il distacco dai vizi di questo mondo (Legenda del beato Francesco da Siena, 5 e 7: “Fonti storico-spirituali dei Servi di santa Maria”, I, p. 339-341)

[34] Cfr F.A. DAL PINO, I frati Servi di S. Maria dalle origini all’approvazione (1233 ca.-1304): I. Storiografia – Fonti – Storia, Louvain 1972, p. 416-418.

[35] 6/5-8, Fonti francescane, editio minor, editrici francescane, Assisi 1986, p. 206.

[36] Legenda maior, cap. I, 1: “Fonti Francescane”, editio minor, p. 519.

[37] Legenda maior, cap. I, 4: “Fonti Francescane”, editio minor, p. 522.

[38] Preferisco tradurre alla lettera l’espressione che nella Bibbia CEI viene resa con “tutti essi godevano di grande simpatia”. Più che del successo o della simpatia della gente – valori del resto molto relativi -, è della grazia di Dio che si vuol parlare, cioè dell’amore di Dio che si fa visibile attraverso la vita fraterna.

[39] Fonti storico-spirituali dei Servi di santa Maria; I, p. 246.

[40] S. Agostino, Opere esegetiche, “Opere di sant’Agostino”, X/2, Città Nuova, Roma 1997.

[41] «Ecco, temere Dio, questo è sapienza/e schivare il male, questo è intelligenza ».

[42] 12, 14, 22: “Opere di sant’Agostino”, IV, Città Nuova, Roma 1973, p. 492.

[43] cfr De Trinitate 12, 9, 14, “Opere di sant’Agostino”, IV, p. 483

[44] Agostino, De doctrina christiana 2, 7, 10, “Opere di sant’Agostino”, VIII, Città Nuova, Roma 1992, p. 69-71.

[45] Echi di esperienza monastica a Monte Senario nel Duecento, “Studi Storici OSM”, 29 (1979) p.249.

[46] In realtà, almeno per quanto riguarda sant’Alessio, la Legendariferisce una visione di Cristo e di angeli, che egli avrebbe avuto nell’ultimo giorno della sua vita, secondo una testimonianza raccolta «da fra Lapo da Firenze, nipote di fra Sostegno e presente al momento del suo transito» (n. 28).

[47] Cfr anche scheda 5, nota 2.

[48] Il 1233, come anno di nascita di Filippo e insieme dell’Ordine dei Servi, è già stato ricordato al paragrafo 11. Al paragrafo 10 si dice che l’Ordine nasce quando sono già morti Domenico – nel 1226 – e Francesco – nel 1221 – e mentre i loro frati cominciavano ad estirpare l’eresia. A sua volta il paragrafo 22 afferma che i padri oriri mundo corporaliter inceperunt, cioè nacqueroquando erano ancora vivi Domenico e Francesco, cioè prima del 1221, e mentre i loro Ordini già stavano sviluppandosi, quindi all’incirca dal 1215 in poi. Quindi, se i Sette sono nati tra il 1215 e il 1221, come hanno potuto fondare l’Ordine già nel 1233? Tanto più che alcuni di loro erano già sposati o vedovi (cfr paragrafo 16). Molto probabilmente il 1233 è l’anno di nascita di Filippo, ma non dell’Ordine, le cui origini vanno poste dopo il 1233 e prima del 1244, anno della venuta di fra Pietro da Verona a Firenze.

[49] Per la Legendafra Alessio muore a 110 anni (cfr n. 28) e questo per volontà della Vergine Maria. Infatti «piacque alla Nostra Signora lasciare in vita fra Alessio fino ai nostri tempi, perché sulla sua testimonianza noi avessimo una conoscenza sicura dell’origine del nostro Ordine e potessimo trasmetterne la memoria ai frati che nell’Ordine si avvicenderanno fino al giorno del giudizio» (n. 26: Fonti storico-spirituali dei Servi di santa Maria, I, p. 222). Di fatto, però, anche della testimonianza di fra Alessio è rimasto quello che è stato affidato alla memoria dell’autore della Legenda, dopo che il prezioso foglio, su cui erano stati annotati i ricordi del venerando frate, fu smarrito (cfr Fonti storico-spirituali dei Servi di santa Maria, I, p. 223)

[50] Discorso 69, 2: Opere di sant’Agostino, XXX/1, Città Nuova, Roma 1982, p. 383. Il riferimento a questo discorso agostiniano sull’umiltà/povertà si trova anche nella conclusione della sezione arcaica della Legenda (paragrafo 49), che termina, come si ricorderà, con la discesa dei Sette «dal monte della mondana superbia … fino all’umiltà che è il fondamento delle virtù».

[51] Fonti storico-spirituali dei Servi di santa Maria, I, p.218-219.

[52] Fonti storico-spirituali dei Servi di santa Maria, I, p.109-144.

[53] Fonti storico-spirituali dei Servi di santa Maria, I, p. 124.

[54] Fonti storico-spirituali dei Servi di santa Maria, I, p. 220.

[55] Paragrafo 48: Fonti storico-spirituali dei Servi di santa Maria, I, p. 247.

[56] Nell’edizione latino-italiana de La «Legenda de origine Ordinis» dei Servi di Maria, a cura di E.M. Toniolo, Roma 1982, è suggerito il riferimento al libro dei Giudici 9, 8-9 (il celebre apologo di Ioatham). Gli alberi hanno bisogno di un re e si mettono in cammino per trovarne uno adatto. Offrono il regno prima di tutto all’ulivo, il quale però risponde sdegnosamente: «Rinuncerò al mio olio (latino: numquid possum deserere pinguedinem meam …?), grazie al quale si onorano dèi e uomini e andrò ad agitarmi sugli alberi?». Analoga risposta sprezzante da parte del fico e della vite. Così gli alberi troveranno solo il rovo disposto a fare da re, anche se del tutto incapace. Nell’edizione delle Fonti storico-spirituali, I, p. 247, il richiamo a Gdc fu lasciato cadere, perché allora sembrava non del tutto pertinente. Ma un’ulteriore riflessione ci porta a pensare che forse l’autore della Legenda intendeva stabilire un rapporto tra l’atteggiamento dell’ulivo, e delle altre due piante, e quello dei padri. In Gdc si vuole descrivere la situazione penosa di Israele per mancanza di guide autentiche o per il rifiuto da parte di chi era chiamato ad assumersi un compito e una responsabilità, ma non si sentiva di rinunciare alla propria posizione tranquilla. I padri, invece, lasciano la ricchezza della loro contemplazione e si mettono a servizio, imboccando una via che non era secondo i loro desideri, ma certamente conforme alla volontà di Dio.

[57] Cfr scheda 3

[58] La nota della Bibbia di Gerusalemme dice: «Questo capitolo è strettamente parallelo a 1-3. Dopo l’analogia dell’amore coniugale tradito, ecco quello dell’amore paterno misconosciuto». Osea però non applica mai a Dio l’appellativo di padre e le azioni descritte nel capitolo 11 sono chiaramente quelle di una madre. Qualche esegeta propone altre possibilità di traduzione che accentuerebbero il carattere materno di questo capitolo: “insegnare a camminare” potrebbe esere reso con “allattare” e le “guance” potrebbero indicare “petto”. Cfr Maria Teresa Wacker, Dio come madre?, “Concilium” 6/1989, p. 139-149.

[59] Mentre la Volgata traduce alla lettera in funiculis Adam, la versione greca legge “in mezzo alla rovina degli uomini, giocando sul duplice significato del termine ebraico che vuol dire “legame” e anche “angoscia”, “travaglio”., e inserendo quindi un’ulteriore riflessione: in qualsiasi situazione dolorosa Dio non è lontano dal suo popolo e continua ad amarlo con particolare predilezione.

[60] Letteralmente: perché le sue viscere si erano commosse sopra suo fratello.

[61] LO, 31: Fonti storico-spirituali dei Servi di santa Maria, I, p. 229. Sulle difficoltà di questa notizia e l’ubicazione della primitiva dimora dei frati Minori a Firenze, cfr. F. DAL PINO, I frati Servi di s. Maria dalle origini all’approvazione (1233ca.-1304), I, Louvain 1972, p. 31, nota 27; 70, nota 60; 314-315.

[62] LO, 30: Fonti storico-spirituali dei Servi di santa Maria, I, p. 227.

[63] LO, 29: Fonti storico-spirituali dei Servi di santa Maria, I, p. 226. Ricordiamo che tutto il capitolo VI è da ascriversi al primo redattore, pur con qualche ritocco dovuto al redattore finale. Cfr F. DAL PINO, I frati Servi di s. Maria dalle origini all’approvazione, I, p. 309.

[64] Ibidem

[65] LO 29: Fonti storico-spirituali dei Servi di santa Maria, I, p. 227.

[66] Già nel 384, tre anni prima di essere battezzato, Agostino progetta con alcuni amici una comunità dedita allo studio, alla meditazione e al lavoro. Cfr quanto scrive a questo proposito nelle Confessioni: «Avevamo già quasi concepito, oltre che auspicato, di vivere in trnquillità, lontani dalla folla, recando in comune, per rendere possibile questa vita, tutto quello che ognuno di noi possedeva e costituirne un patrimonio unico, di modo che in quella amicizia sincera non doveva più esserci il mio e il tuo, ma una proprietà unica, che risultava da tutti: era tutta di ognuno e tutta di tutti» (6, 14).

[67] LO 51: Fonti storico-spirituali dei Servi di santa Maria, I, p. 250.

[68] Per i collegamento di conoscenza (notitia dice la LO) e amore, cfr i paragrafi 45 (la gente vuole conoscere la comunità di Monte Senario e questa conoscenza porta al desiderio di unirsi ad essa) e 48 (la conoscenza e l’amore di Dio).